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Vince chi va oltre il proprio elettorato. La lezione delle midterm secondo Fassino

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I democratici americani sono riusciti a imporsi anche in Stati che erano da sempre dei repubblicani. Per i candidati dem non ha votato soltanto il loro elettorato, ma anche un pezzo ampio di quello repubblicano. Siamo di fronte a un paradigma nuovo: il voto oggi è sempre più libero e di opinione e sempre meno di sola appartenenza. Conversazione con Piero Fassino, vicepresidente della Commissione Difesa della Camera e membro dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa

Le midterm ci insegnano che per intercettare le esigenze degli elettori occorre andare oltre il proprio seminato e ascoltare umori e bisogni, come accaduto non solo negli Stati Uniti ma anche recentemente in Israele, Brasile, Serbia e Ungheria. Lo dice a Formiche.net Piero Fassino, vicepresidente della Commissione Difesa della Camera e membro dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. “Le ultime urne dicono che vince chi è in grado di mobilitare una platea di cittadini vasta, oltre il proprio elettorato”.

PIERO FASSINO

Perché Donald Trump ha perso le midterm?

Perché la sua politica non ha incontrato il consenso di una maggioranza dei cittadini americani, al pari dei suoi atteggiamenti arroganti. L’intero suo impianto fondato solo sulla esaltazione della forza è stato rifiutato. Aveva promesso di far tornare l’America grande e mai come oggi l’America è isolata e debole. Trump è riuscito a mettersi contro una buona parte del mondo. Ma dal voto americano viene anche una conferma di una tendenza manifestatasi in molte elezioni degli ultimi mesi. Dal voto in Ungheria prima, poi in Serbia, in Brasile, in Israele e infine negli Stati Uniti – pur essendo situazioni molto diverse – viene una indicazione omogenea: l’esito elettorale è determinato da una vasta mobilitazione di opinione pubblica che va oltre gli elettorati tradizionali di partito. In questi anni di astensionismo si è affermato il criterio che “vince le elezioni chi più porta a votare i suoi elettori”. Le ultime urne dicono una cosa ben diversa: vince chi è in grado di mobilitare una platea di cittadini vasta ed eterogenea, oltre il proprio elettorato.

L’exploit democratico anche in Texas cosa racconta?

Conferma quel che ho appena detto. I democratici americani sono riusciti a imporsi anche in Stati che erano egemonizzati da sempre dai repubblicani. Per i candidati democratici non ha votato soltanto il loro elettorato, ma anche un pezzo ampio di elettorato repubblicano. Siamo di fronte a un paradigma nuovo: il voto oggi è sempre più libero e di opinione e sempre meno di sola appartenenza.

E i partiti come si devono organizzare adesso?

Devono entrare in sintonia con le domande della loro società e non guardare solo al proprio elettorato, avendo la capacità di costruire idee, proposte, messaggi e programmi che siano in grado di intercettare le domande di una vasta parte di opinione pubblica.

Il campo largo, per esempio, cosa dovrebbe fare in questo senso?

Pensare che si vince soltanto se portiamo a votare i nostri elettorati è riduttivo: serve guardare oltre, guardare al Paese, alla società, traendo dalle elezioni americane, serbe, ungheresi e israeliane questa lezione. In Serbia Vucic è stato rovesciato da una mobilitazione vastissima che ha unito studenti e società civile. Idem in Ungheria. Negli Stati Uniti Trump ha perso anche nei feudi repubblicani, perché una parte larga dell’opinione pubblica di quell’elettorato ha rifiutato le sue politiche, ritenendo più credibili le proposte dei democratici. Quindi la lezione è aprirsi e interloquire con le domande, le ansie, le aspettative, le richieste di una società larga.

Le cito due Paesi che andranno al voto a breve: Spagna e Francia, anch’essi alle prese con le piazze. Che riflessione si può fare?

Non possiamo sapere adesso come finirà, ma vale anche per loro la stessa regola: vincerà chi saprà mettersi in sintonia con le domande di quelle piazze. Naturalmente separando nettamente quelli che sono i movimenti di opinione di cittadini – in particolare di giovani – dall’azione strumentale di gruppi di violenti che vanno contrastati con fermezza.

I democratici americani sono molto ampi come coalizione: si va da Talarico a Ocasio Cortez. Il neo senatore del Texas ha infranto un tabù che reggeva dal 1988 e nel suo ultimo comizio ha fatto un discorso citando Dio. Potrebbe essere il candidato ideale per le presidenziali del 2028?

Intanto va sottolineato che Talarico appartiene all’ultima generazione di una famiglia di immigrati calabresi, a conferma che la società americana è una società plurale e che il melting pot ha funzionato e funziona contro chi, come Trump, vorrebbe chiudere la società in ghetti. Il Presidente ha agitato l’immigrazione in modo così demagogico e strumentale che la gente ha votato dall’altra parte. Talarico poi è l’espressione di una società multietnica, multiculturale, multireligiosa. In Italia siamo abituati a essere tutti cattolici ma la società americana, anche dal punto di vista religioso, è plurale: cattolici, protestanti, mormoni, musulmani, ebrei. E la pluralità culturale e religiosa è un valore. Talarico non ha avuto nessuna esitazione a rivendicare il suo credo e ciò non solo non l’ha penalizzato, ma lo ha premiato per la sincerità con cui si è manifestato.


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