La possibilità che le compagnia americane e non prendano in gestione gli immani giacimenti sudamericani, rischia di relegare al ruolo di eterna seconda la Russia. Alla quale, per sopravvivere alle sanzioni, non rimane proprio che l’oro nero. Per questo il Cremlino vara un maxi piano di ammodernamento delle raffinerie. Con quali soldi, però, non si sa
La tensione, a Mosca, deve essere davvero alta. Da quando Donald Trump ha chiamato a raccolta le grandi compagnie petrolifere mondiali (Eni inclusa) per tentare di metter su una cordata di big oil con cui rilanciare con oltre 100 miliardi di dollari l’industria del greggio venezuelana, dall’immane potenziale inespresso, in Russia è scattato l’allarme rosso. Uno dei tanti in questi anni di guerra. Il fatto è che la Russia sempre più strozzata dalle sanzioni, al punto da dover ricorrere alla digitalizzazione della sua moneta per imboscare quel poco di transazioni che ancora sfuggono alle maglie delle restrizioni, ha paura di essere messa all’angolo nello scacchiere dell’oro nero.
Il motivo è presto spiegato. Il Venezuela oggi detiene un quinto delle riserve mondiali e per questo in rapporto a grandezza dei giacimenti per singolo Stato non ha eguali nel mondo. Eppure produce poco ed esporta ancora meno, poco più di un milione di barili al giorno, contro i tre di dieci anni fa. Gli Stati Uniti, dal canto loro, sono il primo produttore al mondo di greggio, seguiti proprio dalla Russia. Portare la forza industriale americana nei giacimenti venezuelani avrebbe l’effetto di fare terra bruciata intorno a Washington, che diverrebbe imprendibile. Non è detto che accada, ma qualora il piano di Trump si avverasse, per Mosca sarebbero dolori. Anche perché non le è rimasto proprio che il petrolio come ancora di salvezza: l’economia russa sta in piedi solo perché Cina e India continuano a comprare oro nero.
Poi c’è la questione Lukoil, il colosso russo prossimo allo spezzatino, dopo che la nuova bordata di sanzioni americane ha permesso alle compagnie occidentali di acquisire gli asset madre della big oil russa (la statunitense Chevron, unica azienda petrolifera a operare in Venezuela, ha già fatto un’offerta in cordata da 22 miliardi per rilevare il grosso delle infrastrutture di Lukoil). Non può stupire, dunque, che Mosca abbia deciso di tentare il tutto per tutto. Ovvero provare a modernizzare gli impianti a partire dall’inizio del 2026, con le relative modifiche alla legislazione firmate da Vladimir Putin in persona, a fine novembre 2025.
Il piano prevede la possibilità di concludere nuovi accordi di investimento per l’aggiornamento delle raffinerie di petrolio con il pagamento di un premio di investimento, unitamente alle agevolazioni per gli accordi di modernizzazione esistenti per le raffinerie della Russia dell’est. E per chi dovesse fallire l’obiettivo, ci saranno anche delle forme di penitenza. Sempre secondo il piano del Cremlino, i pagamenti delle accise che le big oil debbono allo Stato saranno aumentati per le aziende che non riusciranno a completare la modernizzazione delle raffinerie nell’ambito degli accordi di investimento sottoscritti con il ministero dell’Energia.
Già prima della guerra mossa contro l’Ucraina, nel 2019, il ministero dell’Energia aveva stipulato ben 11 accordi per la modernizzazione delle raffinerie di petrolio, due dei quali sono stati successivamente rescissi. Gli accordi garantivano il diritto a una riduzione dell’accisa sul petrolio greggio a condizione che venisse rispettata una delle due condizioni: produzione di benzina di Classe 5 pari ad almeno il 10% del volume totale di raffinazione o investimenti di almeno 60 miliardi di rubli fino al 2026. Insomma, la Russia vuole provare a tenere il passo. A investire per modernizzare le imprese del greggio saranno gli azionisti, che poi potranno incassare il citato premio promesso dal governo. Ma in gran parte dei casi, il socio di riferimento è proprio il Cremlino. La domanda, allora, è: dove prenderà i soldi?















