Orfana delle forniture sudamericane, a Pechino non resta che guardare a Teheran per salvaguardare i propri approvvigionamenti di greggio. Anche perché la Russia, tra prezzi scontati e sanzioni, non basta più al Dragone
Se si chiude un rubinetto, bisogna aprirne un altro. Altrimenti il rischio, previsto, è di rimanere a secco. Succede alla Cina ai tempi della crisi petrolifera venezuelana: un quinto delle riserve globali di greggio decisamente poco sfruttate e per questo oggetto delle attenzioni degli Stati Uniti, all’indomani del colpo di mano che ha portato alla destituzione coatta di Nicolas Maduro. Alla Casa Bianca il sogno è ancora quello di affidare la gestione e lo sfruttamento delle immense riserve venezuelane, ancora in parte sotto il controllo della compagnia nazionale Pdvsa, a un pool di big oil estere. Americane, certo, ma anche di altri Paesi, tra cui, per l’Italia, Eni. E persino cinesi, visto che lo stesso Donald Trump ha aperto a possibili nuovi investimenti petroliferi cinesi nel Paese.
Il futuro del greggio di Caracas è però tutto da scrivere (Chevron prevede di aumentare fino a 300 mila barili al giorno le esportazioni di petrolio dal Venezuela verso gli Stati Uniti a partire da marzo), ma nel mentre c’è una prima certezza: il conseguente embargo sul petrolio sudamericano scattato all’indomani della caduta di Maduro, sta creando non pochi problemi alla Cina. La quale, privata del greggio, peraltro a prezzi scontati del Venezuela, è costretta a rivolgersi a quello, più caro, di altri Paesi. La Russia, d’altronde, non basta più al Dragone.
Un flusso che sta un poco alla volta compensando l’ammanco venutosi a creare sul versante sudamericano. Un gioco che potrebbe anche riuscire, a guadare i numeri, molto simili, tra export venezuelano e iraniano. Il petrolio estratto in Venezuela è stato finora per la maggior parte esportato in Cina, in una misura che viene stimata almeno pari al 5-6% del fabbisogno complessivo cinese. Nella media del 2025, le esportazioni verso la Cina hanno raggiunto 642 mila barili al giorno, pari a circa il 75% dell’export complessivo venezuelano.
Dati, dunque, simili a quelli che riguardano il petrolio dell’Iran. In questo caso, le ultime rilevazioni disponibili indicano una quota pari all’80% del totale che viene esportata in Cina, a basso costo, aggirando l’embargo che dovrebbe impedire l’export da parte di Teheran con gli scambi ship to ship, ovvero con il passaggio da navi iraniane a navi che non hanno bandiera iraniana e che finiscono la loro corsa nei porti cinesi. Si stima che dall’Iran arrivi in Cina il 13-14% del fabbisogno totale.
















