Il responsabile del programma Energia, clima e risorse dello Iai commenta con Formiche.net l’importanza del summit organizzato a Washington dal governo americano. Un evento che “mostra come sia chiaro che non può esserci un’adeguata risposta ai rischi geopolitici legati ai minerali senza cooperazione. Nessun Paese, neppure gli Usa, può raggiungere l’indipendenza”
A Washington va in scena il Critical Mineral Summit, che oltre agli Stati Uniti coinvolge i ministri di Europa, Australia, Corea del Sud, Giappone e altri venti Paesi alleati. L’obiettivo è unire le forze su un tema cruciale, quale i minerali rari, e proteggere le catene di approvvigionamento data l’attuale dipendenza dalla Cina. Formiche.net ne ha parlato con Pier Paolo Raimondi, ricercatore senior del programma Energia, clima e risorse dell’Istituto Affari Internazionali (Iai).
Come va letto il summit di Washington?
Come l’ennesima prova della rilevanza dei minerali critici per la sicurezza economica dei Paesi. Senza questi minerali, industrie tecnologiche, digitali, energetiche e militari non possono esistere. Inoltre, nonostante l’approccio della nuova amministrazione americana, l’evento mostra come sia chiaro che non può esserci un’adeguata risposta ai rischi geopolitici legati ai minerali senza cooperazione. Nessun Paese, neppure gli Usa, può raggiungere l’indipendenza. I minerali, dunque, diventano uno dei collanti delle nuove relazioni economiche e politiche, di un nuovo modo di cooperare e di legare insieme Paesi con sfide e interessi comuni.
L’Italia è rappresentata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. Quale contributo possiamo offrire?
La presenza italiana è sicuramente rilevante sul piano politico. L’Italia ha diverse carte per contribuire ad aumentare la sicurezza economica. Il Paese sta infatti lavorando principalmente su due pilastri: estrazione e economia circolare. Su questo, il governo sta cercando di muoversi per aumentare la propria sicurezza economica. Inoltre, vi è anche l’azione diplomatica con altri paesi europei, per esempio Francia e Germania, ma anche il potenziale nel contesto africano.
Il ministro Tajani afferma che questa non è concorrenza alla Cina. Possiamo definirlo un decoupling?
Sicuramente gli Stati Uniti hanno più l’ambizione di raggiungere un decouple con la Cina. L’Europa è in una posizione più complicata, quindi preferisce un derisking. È importante bilanciare le esigenze e i rischi del breve periodo con il lungo periodo, proprio perché si è esposti alla forte dipendenza dalla Cina.
I Paesi riuniti a Washington rappresentano davvero un’alternativa a Pechino?
Uniti, certamente i Paesi hanno una possibilità in più di ridurre la propria dipendenza. Tuttavia, è necessaria un’azione il più ampia possibile da parte di tutti: dall’estrazione, alla raffinazione, il riciclo e l’innovazione. E, soprattutto, un continuo coordinamento politico.
Rimane il tema del prezzo minimo garantito, su cui gli Usa sembrano compiere un passo indietro. Perché è importante adottarlo?
In realtà non sembrano abbandonare questo approccio, che presenta benefici economici e fiscali. Adottare un price floor permette di contrastare la volatilità dei prezzi, senza incorrere in costi eccessivi e distorsivi come altre misure, quali capital expenditure, che rimangono comunque necessarie. Il concetto è che si spende solo se il progetto entra in funzione e in media si spende di meno rispetto alle cifre utilizzate da altre misure. Nonostante i rumors, due settimane fa la Casa Bianca ha annunciato un nuovo EO sui minerali e menziona l’utilizzo di price floors in accordi. Quindi non mi pare che si voglia abbandonare questa strategia.
















