La rottura tra Vannacci e Salvini apre una fase interlocutoria nel centrodestra, segnata da minimizzazione e attesa. Il vero banco di prova sarà il referendum: una vittoria del No potrebbe indebolire Meloni, riaprire tensioni nella maggioranza e creare spazi politici a destra, anche per Vannacci. Renzi resta un fattore di destabilizzazione, pronto a sfruttare eventuali crisi. Forza Italia ha margini di crescita nell’area moderata, ma manca di una leadership carismatica: ogni vero cambiamento dipenderà dalla tenuta della premier. Colloquio con il politologo della Luiss, Giovanni Orsina
Dopo Vannacci, il centrodestra entra in una terra di mezzo. La rottura tra Matteo Salvini e il generale Roberto Vannacci non è solo un incidente di percorso, ma il sintomo di una fase politica sospesa, in cui tutti osservano tutti, minimizzano e prendono tempo. Una fase interlocutoria, appunto, che potrebbe restare tale oppure trasformarsi in un problema sistemico per la coalizione di governo, soprattutto se incrociata con il passaggio referendario e con un possibile indebolimento di Giorgia Meloni. Ne parliamo con Giovanni Orsina, storico della Luiss, che legge la vicenda Vannacci come una variabile dentro un quadro molto più ampio, dove contano paura dell’inseguimento a destra, stabilità richiesta dall’elettorato e leadership ancora tutte da verificare.
Professor Orsina, cosa succede ora, dopo lo strappo tra Vannacci e Salvini?
Siamo in una fase interlocutoria. Vannacci ha cercato visibilità e in questi giorni ne ha avuta moltissima. Ora il problema per lui è mantenerla, e non sarà facile. Mediaset, per esempio, che interesse avrà a offrirgli una vetrina? Questo rende la sua posizione più fragile di quanto possa sembrare.
Nel centrodestra prevale una linea precisa?
Sì, la consegna di scuderia è minimizzare. Tutti cercano di ridurre il caso, di abbassare i toni, aspettando di capire quanta viabilità reale possa avere Vannacci. Il punto vero non è la polemica politica, ma capire quanto vale davvero in termini di voti. Fino a quando questa risposta non arriva, la situazione resterà congelata.
Lei però intravede un rischio più profondo per la maggioranza. Quale?
Oggi la maggioranza di governo ha davanti a sé una sfida a destra che prima non c’era. Prima la dialettica era interna alla coalizione, ora non lo è più. Il rischio è che Lega e Fratelli d’Italia si sentano costrette a rincorrere quello spazio, spostando a destra l’asse complessivo del governo. Ed è un rischio che va letto dentro un quadro molto più generale.
Il referendum costituzionale è uno snodo decisivo?
Assolutamente sì. Si sta creando un clima pessimo. È l’ultimo grande passaggio prima delle Politiche. Se vince il No, Meloni ne esce indebolita. E se l’embrione politico di Vannacci trovasse terreno fertile in quel contesto, allora il problema potrebbe diventare serio.
Che scenario immagina in caso di vittoria del No?
Immaginiamo che il No vinca, Meloni perda qualche punto nei sondaggi, Salvini e Tajani alzino il livello delle tensioni interne. Tutt’altro che scontato, ovviamente, ma possibile. A quel punto potrebbero aprirsi spazi politici per Vannacci. Sarebbe una fase di decostruzione complessiva della coalizione, molto pericolosa.
E se vincesse il Sì?
Se Meloni supera il referendum, scavalla. A quel punto diventa difficilmente contendibile. Per Elly Schlein, invece, sarebbe un colpo molto forte. Magari non la metterebbero subito in discussione perché manca poco al voto, ma il redde rationem sarebbe inevitabile. Meloni non si gioca l’osso del collo al referendum, ma perdere sarebbe un colpo durissimo: è l’unica grande riforma promessa. Ed è proprio lì che potrebbe rientrare in gioco anche il tema Vannacci.
In questo quadro che ruolo può giocare Matteo Renzi?
Renzi ormai è un guastatore. Ha pochissimo spazio politico autonomo e deve mettersi alla mercé di Conte e Schlein. Sta cercando spazio da quella parte. Un indebolirsi della destra accrescerebbe le sue possibilità di azione. Lui lavora esattamente in questa direzione: decostruire da una parte e dall’altra per aprirsi spazi politici. È un talento politico messo al servizio della pura convenienza personale.
E Forza Italia?
Forza Italia ha uno spazio politico ampio, perché il clima storico è cambiato. C’è una forte richiesta di stabilità. Il Pd è molto spostato a sinistra e l’area moderata è in difficoltà. Nel centrodestra quello spazio c’è, ed è occupato da FI. Il gruppo dirigente è solido anche se scarso di leadership carismatica. E l’unica alternativa che si vede all’orizzonte, per il momento, porta il nome di Berlusconi.
Un Berlusconi che oggi non c’è più. Quale alternativa vede?
L’unica vera innovazione potrebbe essere la discesa in campo di uno dei figli. È uno scenario a mio avviso molto ipotetico che avrebbe qualche chance in più di diventare concreto solo se Meloni dovesse indebolirsi. Finché lei resta forte, non se ne parla. Ma se qualcosa si incrina, anche quell’ipotesi potrebbe tornare sul tavolo. Ma, ripeto: siamo sempre nell’ambito di scenari assai ipotetici.
















