L’Italia è funzionale all’industria tedesca e l’industria tedesca necessita della nostra filiera lunga, molto concentrata territorialmente e più facile da gestire. Vedo con enorme favore questo ritrovarsi su una storia di filiera di produzione complementare tra Italia e Germania. Non siamo concorrenti, siamo alleati. Conversazione con l’eurodeputato di Ecr/FdI, Elena Donazzan
Cedere più sovranità all’Ue o rafforzare un presidio già perfettamente operativo come la Nato? Il dibattito prende forma mentre la Commissione Europea presenta il piano d’azione per i droni, iniziativa che inevitabilmente si mescola con la complessiva strategia di Bruxelles alla voce difesa e che vede l’Italia in prima fila alla luce della sua capacità industriale. “Bisogna dare gas alla produzione e l’Italia sarà protagonista”, dice a Formiche.net l’eurodeputata di FdI/Ecr Elena Donazzan, certa che il modello industriale dei distretti italiani possa essere un valore aggiunto, al pari dell’asse tra Roma e Berlino: non solo due sistemi industriali che dialogano in maniera complementare, ma due governi che tramite i rispettivi leader hanno compreso il valore del pragmatismo, anche alla luce del grave momento internazionale in atto.
La commissione europea ha presentato il piano d’azione per i droni inglobato nella strategia di difesa 2030 ReArm Europe: in che misura aumenterà la capacità di difesa Ue?
I droni servono per controllare informazioni, hanno una funzione attiva e ricettiva, sono usati per disturbare attività del volo civile e del controllo delle basi militari. Il sorvolo è diventato un problema di ricognizione e di informazioni. Quindi oggi i droni rappresentano l’occhio, aiutano la mente di chi sta dietro quel drone ad essere molto più efficace e noi abbiamo bisogno anche di comprendere la parte offensiva e difensiva di quello strumento. Si tratta ormai di una guerra ibrida e i droni sono uno strumento particolarmente significativo.
L’obiettivo per gli Stati membri deve essere quello di coordinarsi, fissare delle priorità, non soltanto a livello nazionale, ma anche con la Nato, ha detto il commissario europeo Kubilius. L’Ue è in ritardo su questo?
In parte sì, ovvero c’è una condizione di fondo che deve essere sciolta e che continua a rallentare le decisioni europee: i due blocchi sono divisi, uno sostiene che tutto deve essere controllato a livello europeo con cessione di sovranità ulteriore da parte degli Stati membri, l’altro chiede un maggior coordinamento avendo già uno strumento di difesa che si chiama Nato. Questo continua a essere un nodo che si presenta in ogni discussione che facciamo, in ogni proposta di Regolamento o di direttiva. Ma quando parliamo di droni dobbiamo ricordare che già abbiamo approvato nella scorsa sessione di Parlamento l’atto di indirizzo e ogni volta c’è questo grande quesito che sta a monte: cediamo di più all’Europa, in questo caso alla Commissione europea, con strutture non meglio definite oppure potenziamo ciò che c’è e si chiama Nato? È questo l’elemento che ha tenuto insieme le politiche di difesa dal dopoguerra ad oggi. Dobbiamo scegliere quella direzione di condivisione di informazioni, di comando e controllo a livello centrale, senza cedere ulteriore sovranità. Ecco, io credo che se si sceglierà la prima strada, tutto sarà molto più difficoltoso e chissà quando saremo pronti. Posto che io sono contraria alla cessione di sovranità non meglio definita, sono invece favorevole alle scelte da operare in seno alla Nato, visto che ci sono strutture già esistenti, con una storia e con dei linguaggi già rodati. Dobbiamo però migliorare e aumentare la nostra capacità tecnologica e umana dal momento che vedo anche un difetto di numeri in un’Europa che sta invecchiando e che è molto antimilitarista, non solo sotto traccia.
“La nostra industria della difesa deve ora ampliare le proprie linee di produzione. E produrre, produrre, produrre”, ha aggiunto il commissario lituano. Quale il ruolo dell’Italia in questa macro partita industriale?
Concordo in pieno con la riflessione del commissario: bisogna dare gas alla produzione e l’Italia sarà protagonista, intanto semplificando le regole. Penso al green deal che, se non verrà chiarito una volta per tutte, farà ancora più danni, come quelli fatti all’automotive, in quanto pieno di regole non realizzabili rispetto alla produzione richiesta. Attenzione però: cosa succederà per i tempi della difesa se non riusciremo a smontare questo green deal? Bisognerà andare in deroga a tutto e quindi si aprirà il grande tema del cosiddetto dual use? Ma oggi il dual use è tutto: prendiamo il drone: quando lo definiamo militare o civile? Penso alla gestione delle informazioni, alle fotografie aeree, alla guida a distanza, offensiva, difensiva, commerciale, civile. Quindi se vogliamo essere veloci dovremo portare in Ue il modello italiano, fatto di una virtuosa diversificazione di capacità progettuale e potenzialità produttive. Abbiamo un potenziale altissimo su tutti i settori. Chiunque abbia studiato un minimo di strategia militare sa che la logistica è il problema numero uno. Quindi la progettualità in Europa deve essere quella dello stare insieme e dell’interoperabilità.
Componenti chiave quali sensori, batterie, semiconduttori e materiali di terre rare sono ancora una variabile: il meeting a Washington di qualche giorno fa, a cui l’Italia ha preso parte, rappresenta una svolta in questo senso?
Decisamente sì, perché è chiaro che tutto questo sistema poggia su una parte sensibile che gestisce dati, e non si trova in Europa ahimè, per cui dobbiamo interrogarci su come la nostra storia, che parla di generare intelligenze e componentistica, oggi è fatta quasi tutta nell’est del mondo. Ragion per cui il meeting di Washington rappresenta una riaffermazione della Nato e quindi torno alla mia condizione di principio sulla domanda precedente: dobbiamo rafforzarci all’interno dell’Alleanza atlantica e dobbiamo pensare a come colmare questo gap che esiste. Anche gli Stati Uniti si sono resi conto, probabilmente solo con le amministrazioni Trump, che qualcosa mancava per essere capaci di stare in piedi da soli. Nell’asse euroatlantico vedo, senza ombra di dubbio, un potenziale dove l’Italia si può giocare, più di altri Paesi europei, spazi di ricerca applicata e di produzione: è la base di questa guerra ibrida.
In questo senso, quale contributo potrà offrire al futuro industriale dell’Ue la cooperazione rafforzata (e pragmatica) tra Meloni e Merz?
Un contributo oggettivo, di sostanza e di merito. Siamo industrializzati, sia noi che i tedeschi e abbiamo questo asse culturale: ma noi siamo anche italianissimi, quindi veloci, perché più agili, nei processi e nella produzione. Loro sono più strutturati, più grossi, più finanziari. Lo rivendico anche venendo da un territorio come il nord-est dell’Italia: l’Italia è funzionale all’industria tedesca e l’industria tedesca necessita della nostra filiera lunga che è molto concentrata territorialmente, quindi più facile da gestire. Vedo con enorme favore questo ritrovarsi su una storia di filiera di produzione complementare tra Italia e Germania. Non siamo concorrenti, siamo alleati. E l’intuizione di Giorgia Meloni è stata in questo senso azzeccata.
















