“È come scavare una buca e poi utilizzare la stessa terra per riempirla. Positivo che governi come quello italiano e tedesco stiano sollevando con forza il tema della competitività europea e della necessità di correggere gli eccessi del Green Deal. Ora spetta alle istituzioni europee dimostrare di saper ascoltare e correggere la rotta”. Conversazione con il copresidente dei Conservatori europei Nicola Procaccini
Energie e imprese, il sistema Ets (il meccanismo di scambio di quote di emissioni (di cui si è discusso giorni fa al vertice europeo in Belgio) si è trasformato in un fardello che grava pesantemente sulla competitività europea. Ne è convinto Nicola Procaccini, copresidente di Ecr e eurodeputato di FdI che con Formiche.net riflette sul come evitare che le discrepanze burocratiche e decisionali europee rappresentino un costo aggiuntivo per le imprese, innescando così un meccanismo perverso e dalle conseguenze imprevedibili. L’esponente meloniano ritiene che la revisione dell’Ets sia basilare e che a questo punto la sfida sia “armonizzare la programmazione europea con le esigenze nazionali”. In Italia, ad esempio, è in arrivo un decreto energia che mira ad attenuare l’impatto dei costi su imprese e famiglie. Ma gli interventi nazionali rischiano di essere solo palliativi se a livello europeo non si interviene sulla causa strutturale del problema.
Perché la revisione dell’Ets è una priorità?
La revisione dell’Ets è una priorità perché basta guardare il costo dell’energia oggi per capire che qualcosa non funziona. Nonostante il calo del prezzo del gas negli ultimi mesi, dal quale dipende, direttamente o indirettamente, il prezzo di molte altre fonti energetiche, il costo dell’energia per famiglie e imprese non è diminuito in modo significativo. Questo perché il beneficio è stato sostanzialmente assorbito dal peso dei crediti Ets. Il sistema Ets si è trasformato in un fardello che grava pesantemente sulla competitività europea.
In che modo?
Non solo aumenta i costi di produzione delle nostre imprese, ma le espone a un doppio svantaggio competitivo: da un lato devono sostenere oneri che i concorrenti extraeuropei non hanno; dall’altro si trovano a competere con economie che non applicano gli stessi vincoli ambientali, o li applicano in misura molto più blanda. Al Parlamento europeo avevamo già denunciato il rischio che un’impostazione ideologica e punitiva della transizione climatica avrebbe prodotto effetti distorsivi. La decarbonizzazione è un obiettivo condivisibile, ma non può essere perseguita attraverso strumenti coercitivi e antieconomici. La strada da perseguire dovrebbe essere quella dell’incentivo all’innovazione: investire in tecnologie capaci di ridurre le emissioni di CO₂, sostenere la ricerca, accompagnare le imprese nella trasformazione. Invece si è scelta la via della coercizione, della penalizzazione fiscale e finanziaria. Ed è proprio qui il paradosso: un meccanismo pensato per essere ambientalmente virtuoso rischia di diventare anche anti-ambientale, perché indebolisce il sistema produttivo europeo senza ridurre realmente le emissioni globali, che semplicemente si spostano altrove. Finora abbiamo parlato dell’Ets 1. Ma dal 2028 dovrebbe entrare in vigore anche l’Ets 2, che estenderebbe il sistema a settori come il trasporto leggero e il riscaldamento civile. Questo significherebbe un impatto diretto anche su famiglie e piccole imprese. È comprensibile che oggi cresca la preoccupazione. Sarebbe stato preferibile intervenire prima, quando denunciavamo con chiarezza le conseguenze che oggi vediamo concretizzarsi.
La Commissione può agire rapidamente o deve aspettare i singoli governi? E come armonizzare esigenze e programmazione?
Una ristrutturazione dell’Ets non può essere decisa unilateralmente, ma è evidente che l’iniziativa deve partire dalla Commissione europea. È la Commissione che ha il potere di proposta e la responsabilità politica di valutare se un impianto normativo stia producendo effetti coerenti con gli obiettivi dichiarati. Il problema è che all’interno della Commissione convivono sensibilità molto diverse. Alcuni commissari, penso, ad esempio, alla spagnola Teresa Ribera o al danese Dan Jorgensen, che non a caso sono espressione di due governi socialisti, potrebbero mettere i bastoni tra le ruote alla revisione del sistema Ets perché sostengono un approccio particolarmente rigido alla transizione ecologica. È legittimo, ma oggi serve realismo: quando il contesto economico cambia, anche le politiche devono adattarsi. La sfida è armonizzare la programmazione europea con le esigenze nazionali. In Italia, ad esempio, è in arrivo un decreto energia che mira ad attenuare l’impatto dei costi su imprese e famiglie. Ma gli interventi nazionali rischiano di essere solo palliativi se a livello europeo non si interviene sulla causa strutturale del problema. Per questo serve un’iniziativa coordinata e tempestiva.
Come impedire che le storture europee si abbattano sulle imprese?
Nel breve periodo, l’unica misura immediatamente praticabile è destinare integralmente i proventi delle aste Ets alla riduzione del costo dell’energia per imprese e cittadini. Sarebbe un modo per attenuare l’impatto del sistema. Ma dobbiamo essere onesti: si tratta di un rimedio interno a un meccanismo che resta, nella sua struttura, economicamente discutibile. È come scavare una buca e poi utilizzare la stessa terra per riempirla. Si genera un costo per poi tentare di compensarlo con le risorse che quel costo ha prodotto. È un meccanismo del tutto antieconomico. Non è una strategia di sviluppo, è una gestione dell’emergenza. Se vogliamo davvero proteggere il nostro tessuto produttivo, dobbiamo intervenire sulla radice del problema.
La sospensione degli Ets è la soluzione definitiva o serve altro?
La sospensione dei crediti Ets, almeno temporanea, è una misura di buon senso. In una fase in cui l’economia europea affronta rallentamenti, tensioni geopolitiche e concorrenza globale sempre più aggressiva, non possiamo permetterci di appesantire ulteriormente il sistema produttivo. In futuro, in un contesto di crescita solida e stabilità, si potrà discutere di una riattivazione calibrata del meccanismo. Ma oggi la priorità è difendere competitività e occupazione. A questo si aggiunge il nodo del Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere. Era stato concepito per aiutare le imprese europee, evitare delocalizzazioni e concorrenza sleale. Ma le stesse imprese che avrebbe dovuto tutelare ne denunciano oggi le criticità applicative e i costi indiretti. È il segnale che alcune misure del Green Deal sono state pensate in un contesto economico diverso da quello attuale e richiedono una revisione pragmatica. È positivo che governi come quello italiano e tedesco stiano sollevando con forza il tema della competitività europea e della necessità di correggere gli eccessi del Green Deal. Non è troppo tardi per rimettere al centro una transizione ecologica che sia sostenibile non solo dal punto di vista ambientale, ma anche economico e sociale. Ora spetta alle istituzioni europee dimostrare di saper ascoltare e correggere la rotta.
















