Al vertice si ritrovano i leader politici e tecnologici. Tutti chiedono una maggiore sicurezza e regolamentazione per poter riuscire a vincere le sfide del futuro, per cui sono necessari anche tanti investimenti. Quelli che vuole attrarre l’India, per diventare una nuova alternativa al duopolio rappresentato da Stati Uniti e Cina
All’AI Impact Summit di New Delhi si ritrovano i pesi massimi del settore e diversi capi di Stato. La richiesta è unanime: la tecnologia deve essere un bene collettivo, messa a disposizione di tutti. Per ridurla a un aggettivo, deve essere democratica. A dirlo in modo esplicito durante il vertice – giunto alla sua quarta edizione – è anzitutto il padrone di casa, il padrone di casa Narendra Modi. “L’intelligenza artificiale deve diventare uno strumento di inclusione e di nuove capacità, in particolare per il Sud del mondo”, afferma il primo ministro indiano. “Stiamo entrando in una nuova era nella quale gli esseri umani e i sistemi artificiali stanno già collaborando, creando, lavorando ed evolvendo insieme”. A fargli da eco è il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, certo di come l’IA “deve appartenere a tutti” senza essere soggetta “ai capricci di pochi miliardari” o alle decisioni di “pochi Paesi”.
Indietro dunque non si torna. Ma la domanda è come andare avanti nella direzione corretta. Il diktat che emerge dal summit indiano è che il futuro presenta troppe incognite e rischi, per cui occorre prevenirli quanto prima. Il discorso vale ancor di più per l’India, dove milioni di persone lavorano nei call center e nei servizi di supporto tecnico, l’esempio perfetto della sostituzione uomo-macchina. “Il mondo ha un urgente bisogno di regolamentare l’intelligenza artificiale”, afferma il ceo di OpenAI, Sam Altman. “La domanda frenetica di IA generativa ha fatto impennare i profitti delle aziende, alimentando al contempo l’ansia per l’impatto sulla società e sul pianeta. Questo – aggiunge – non significa che non avremo bisogno di alcuna regolamentazione o tutela. Ovviamente ne abbiamo bisogno, con urgenza, come abbiamo fatto per altre tecnologie potenti”.
Più regole molto spesso comportano anche una maggiore burocratizzazione. E dunque meno attrattività. Questo è un problema che l’Europa conosce bene, per cui viene continuamente rimproverata dall’alleato di vecchia data, gli Stati Uniti. Il concetto americano è all’esatto opposto: meno leggi, più investimenti. A difendere però l’operato dell’Unione europea è il presidente Emmanuel Macron, tra i leader europei più duri e schietti con l’amministrazione di Donald Trump. “Contrariamente a quanto sostengono alcuni amici disinformati, l’Europa non è ciecamente concentrata sulla regolamentazione. L’Europa è uno spazio per l’innovazione e gli investimenti, ma è uno spazio sicuro. E gli spazi sicuri vincono nel lungo periodo”, sottolinea il capo dell’Eliseo nel suo intervento al vertice, con cui lancia un messaggio diretto a Washington.
A New Delhi però non si è parlato solamente di regole. Ma anche di investimenti. Quelli che l’India vuole attrarre quanto più possibile, per posizionarsi come il primo tra i paesi in via di sviluppo a diventare un hub tecnologico per il mondo (anche purtroppo per il costo molto basso della manodopera), e quindi una potenziale alternativa al duopolio rappresentato dagli Stati Uniti e dalla Cina. Nell’indice annuale di competitività globale nell’IA pubblicato dalla Stanford University, New Delhi è al terzo posto, davanti a Corea del Sud e Giappone.
Martedì il ministro per l’Informazione e la Tecnologia, Ashwini Vaishnaw, è stato molto chiaro quando ha detto che l’obiettivo è di racimolare 200 miliardi di dollari nei prossimi due anni. Circa la metà, 90 miliardi, li ha già intascati lo scorso anno dai vari Google, Microsoft e altre Big Tech per la realizzazione di alcuni data center. Un altro è stato annunciato proprio giovedì, grazie alla collaborazione tra OpenAI e l’indiana tata Consultancy Services (Tcs), mentre Nvidia e L&T, fornitore i di data center e cloud computing con sede a Dubai, hanno annunciato l’intenzione di costruire la più grande fabbrica di IA di tutto il paese. “L’India sta intraprendendo una straordinaria traiettoria nell’IA e vogliamo essere partner in questo”, è la convinzione di Sundar Pichai, ceo di Alphabet, che tra l’altro ha origini indiane. Tra i suoi piani, Google intende costruire nuovi cavi sottomarini realizzati in India.
L’obiettivo del premier Modi è chiarissimo. Presentare l’India come una nuova frontiera tecnologica, promuovendo messaggi rassicuranti. A cominciare dalla collaborazione necessaria per vincere le sfide del futuro, per cui è richiesta una grande unità. Resta da vedere quanto sia concretizzabile. Al momento della foto di gruppo tra leader politici e tecnologici, Modi aveva chiesto a tutti di stringersi la mano. Solo in due hanno deciso di ignorarlo: Altman e il ceo di Anthropic, Dario Amodei, che si sono limitati ad alzare le braccia senza però incrociarle. Una foto che dice molto. La collaborazione è ben accetta, ma sempre mantenendo una certa distanza.
















