Sujai Shivakumar, senior fellow e direttore del programma Renewing american innovation presso il Center for strategic and international studies (Csis), analizza i limiti del modello tradizionale dell’innovazione e la necessità di una strategia sistemica che integri ricerca, manifattura e cooperazione transatlantica per affrontare la competizione globale
Per decenni gli Stati Uniti hanno dato per scontato che una solida base di ricerca si sarebbe tradotta naturalmente in una leadership economica e tecnologica a beneficio proprio e dei loro alleati. Nel mondo odierno, caratterizzato da un’intensa competizione sostenuta dagli Stati, da catene di approvvigionamento fragili e da tecnologie in rapida espansione, tale presupposto non regge più. Le nuove realtà richiedono una strategia di innovazione basata su un approccio sistemico che colleghi strettamente la ricerca alla manifattura, allinei talenti e capitali e si fondi su una collaborazione transatlantica profonda e concreta, capace di connettere gli ecosistemi regionali per ottenere risultati in tempi rapidi e su larga scala.
Il modello della Guerra fredda e la pipeline lineare
Durante la Guerra fredda, gli Stati Uniti costruirono un potente sistema di innovazione che combinava ricerca scientifica di livello mondiale, una vasta base industriale e le dinamiche del libero mercato. Questo modello produsse, per diversi decenni, sia una prosperità diffusa sia vantaggi decisivi in termini di sicurezza nazionale.
Al suo centro vi era un approccio all’innovazione basato su una “pipeline lineare”: il governo federale finanziava la ricerca di base a monte, in larga misura attraverso le università, mentre le imprese private si occupavano dello sviluppo applicato, della commercializzazione e della produzione su larga scala. Riforme periodiche e incrementali – come la creazione della Darpa dopo lo Sputnik o il Bayh-Dole act e il programma Sbir in risposta alla competizione giapponese – rafforzarono il modello lineare anziché sostituirlo.
La delocalizzazione e l’erosione del bene comune industriale
Tuttavia, nel tempo questo sistema non ha tenuto conto della crescente delocalizzazione della manifattura, una tendenza che si è accelerata dopo l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio. Di conseguenza, molte tecnologie inventate nei laboratori statunitensi – dai semiconduttori ai pannelli solari e alle batterie – sono state sempre più prodotte e migliorate all’estero, in particolare in Asia orientale.
Con il passare del tempo, questa perdita di capacità manifatturiera ha svuotato il “bene comune industriale” degli Stati Uniti, ossia la base condivisa di competenze specialistiche, capacità produttive e conoscenze necessarie per sviluppare e portare su larga scala nuove tecnologie.
Nuove sfide
Sebbene questo manuale operativo del dopoguerra abbia prodotto risultati macroeconomici positivi per decenni, i limiti di questa strategia sono emersi in modo evidente con lo shock della pandemia di Covid-19, che ha messo in luce le vulnerabilità delle catene globali del valore costruite sul presupposto dell’efficienza dei costi, e con la crescente competizione strategica tra Washington e Pechino, che ha rivelato le sfide economiche e di sicurezza derivanti dalla concentrazione di una parte così ampia della manifattura globale in Cina.
Oggi gli Stati Uniti si trovano di fronte a un concorrente quasi pari in Cina, che ha collegato la propria strategia manifatturiera a una strategia di innovazione aggressiva. La Cina integra politica industriale, investimenti statali di lungo periodo e mercati domestici protetti per portare rapidamente a scala le tecnologie emergenti, senza i vincoli delle pressioni sui profitti trimestrali.
Innovazione globale, fratture sociali e crisi di consenso
Nel frattempo anche il resto del mondo è diventato più rapido, più interconnesso e più competitivo. Idee promettenti sviluppate nelle istituzioni di ricerca statunitensi possono ora essere commercializzate al di fuori degli Stati Uniti con una rapidità senza precedenti.
Negli Stati Uniti, questi sviluppi hanno portato a perdite occupazionali sproporzionate per i lavoratori con livelli più bassi di istruzione e competenze, a una disgregazione sociale amplificata dalle tecnologie dei social media e a turbolenze politiche che alimentano il crescente scetticismo tra gli americani comuni sul valore degli investimenti in scienza e innovazione.
Queste forze hanno destabilizzato il consenso che sosteneva l’attuale paradigma dell’innovazione.
Verso una strategia di innovazione del XXI secolo
Ciò che è quindi necessario è una strategia di innovazione del XXI secolo, basata su un approccio sistemico, in grado di affrontare queste nuove realtà. Una strategia moderna deve porre al centro la manifattura, ancorando forza-lavoro e produzione all’interno di reti di poli regionali dell’innovazione.
Dovrebbe ridurre i colli di bottiglia normativi e infrastrutturali che ritardano la costruzione e la messa a scala di nuove tecnologie. Allineare gli incentivi per costruire una forza-lavoro qualificata – attraverso formazione, percorsi di immigrazione e un migliore coordinamento delle politiche – è fondamentale per riportare la manifattura al centro del sistema dell’innovazione.
Biotecnologie: quando la scienza non basta
Queste nuove esigenze sono particolarmente evidenti nel settore delle biotecnologie, dove l’eccellenza scientifica, da sola, non è sufficiente senza capacità di biomanifattura, competenze di regolazione, infrastrutture per lo sviluppo clinico e catene di approvvigionamento resilienti, come la pandemia ha chiaramente dimostrato.
Una rinnovata cooperazione con il Vecchio continente
Una nuova strategia deve anche rivitalizzare la cooperazione con l’Europa. Piuttosto che affidarsi esclusivamente a accordi formali di cooperazione, essa incoraggerà – e incentiverà – le istituzioni di ricerca, le imprese e le università su entrambe le sponde a promuovere la collaborazione tra ecosistemi di innovazione locali e nazionali laddove individuino un beneficio reciproco.
Dai sussidi rivali alla cooperazione strategica
Ampi sforzi statunitensi ed europei, come il Chips and science act degli Stati Uniti e l’Eu Chips act, dovrebbero prestare attenzione alle opportunità di cooperazione, anziché essere trattati come programmi di sussidi rivali. Entrambe le regioni affrontano vulnerabilità simili, in particolare la dipendenza dalla manifattura di semiconduttori dell’Asia orientale. I partner transatlantici dovrebbero valorizzare i rispettivi punti di forza comparativi e, ove praticabile, garantire che gli investimenti rafforzino entrambi. Stati Uniti ed Europa dovrebbero inoltre cooperare nello sviluppo di capacità manifatturiere avanzate in settori strategici come il calcolo quantistico, le comunicazioni, i sensori e i materiali avanzati.
Cooperazione ristretta e catene del valore strategiche
Un approccio più promettente è la necessità di una cooperazione ristretta, mirata e specifica per settore tra alleati fidati. Queste partnership dovrebbero concentrarsi su risultati concreti – strutture condivise, co-investimenti, allineamento degli appalti e definizione di standard – lungo specifiche catene del valore, come i semiconduttori, la manifattura abilitata dall’intelligenza artificiale o, appunto, le biotecnologie.
Alcuni esempi
La cooperazione tra Stati Uniti e Francia attorno al Cea-Leti (l’istituto di ricerca applicata in microelettronica con sede a Grenoble) e New York Creates, il principale centro statunitense di ricerca nel campo delle nanotecnologie, rappresenta un esempio dinamico di come una strategia di innovazione alleata e basata su un approccio sistemico possa prendere forma nella pratica. Il Cea-Leti opera come un’organizzazione di ricerca applicata pre-competitiva che svolge sempre più il ruolo di connettore verso altri ecosistemi regionali in Europa e negli Stati Uniti. Per le imprese e le istituzioni di ricerca statunitensi, in particolare New York Creates, la collaborazione con Leti offre accesso a sperimentazioni rilevanti per la manifattura, che possono poi essere prototipate e testate a New York.
È importante sottolineare che gran parte di questa cooperazione è organica, essendosi sviluppata nel corso di decenni, man mano che i leader hanno riconosciuto le opportunità e i benefici della collaborazione.
Leadership nazionale, visione di lungo periodo
La lezione di fondo che emerge da questa cooperazione positiva, così come dalle sfide in Estremo oriente, è che sono necessarie strategie nazionali mirate e politiche statali di supporto, sostenute da un impegno proporzionato di risorse consistenti e stabili. Gli esempi attuali dell’iniziativa Rapidus in Giappone e, ancora più di recente, il nuovo orientamento delle politiche indiane sui semiconduttori, sottolineano la necessità e il potenziale di nuove iniziative di policy.
La leadership a livello nazionale o regionale è essenziale. Deve essere sostenuta da un consenso sul fatto che sia richiesto uno sforzo di lungo periodo e dalla consapevolezza che il successo non sarà immediato, ma che il futuro del Paese, la sua autonomia strategica e le opportunità per le generazioni future dipenderanno dagli impegni assunti oggi.
(Pubblicato su Healthcare Policy 18)















