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Bene il proporzionale, ma occhio al premio troppo alto. I consigli di Celotto sulla legge elettorale

Premio di maggioranza al limite della compatibilità costituzionale, addio alle preferenze e modello che strizza l’occhio alle Regionali. Per il costituzionalista Alfonso Celotto la nuova legge elettorale tenta di reggere all’urto della Consulta, ma tutto si gioca sull’entità del premio e sull’eventuale ballottaggio. Il cantiere è aperto, e l’equilibrio tra governabilità e rappresentanza resta il vero banco di prova 

Il cantiere della legge elettorale è stato riaperto con il deposito, da parte della maggioranza, dello “Stabilicum”. E, come sempre accade in Italia, il terreno è scivoloso: equilibrio tra governabilità e rappresentanza, premio di maggioranza, preferenze, ballottaggio. Sullo sfondo, le sentenze della Consulta che negli ultimi anni hanno ridisegnato i confini del possibile dopo il tramonto del Porcellum e le correzioni all’Italicum. Ne parliamo con il costituzionalista Alfonso Celotto, professore all’Università degli Studi Roma Tre.

Professore, la proposta di nuova legge elettorale è compatibile con la Costituzione?

Il tentativo è evidente: si è cercato di renderla compatibile con la Costituzione, anche eliminando l’indicazione del premier sulla scheda elettorale. Questo è un punto rilevante. La formulazione va letta in filigrana e in controluce con le sentenze della Corte costituzionale. L’impianto somiglia a quello delle leggi elettorali per le Regionali, con un premio di maggioranza al 40%. È un proporzionale corretto, ma il nodo resta il premio.

In che termini?

Il premio ricorda quello dell’Italicum: uno sbarramento limitato e un premio pari a circa un quinto dei seggi. Così come depositato, siamo quasi al 15%. È una soglia un po’ alta, al limite. Se fosse limato al ribasso sarebbe più compatibile con i principi costituzionali. Diversamente, si rischierebbe di incappare in problemi simili a quelli che portarono alla bocciatura del Porcellum.

Cosa cambia rispetto al Rosatellum?

Vengono eliminati i collegi. La Costituzione ha un’impostazione proporzionale e, in linea teorica, questo modello garantisce una rappresentatività più diretta. Un proporzionale funziona meglio se l’obiettivo è fotografare il pluralismo politico. Anche qui, però, tutto ruota attorno alla misura del premio di maggioranza.

Capitolo preferenze: perché sono state espunte?

Le preferenze hanno storicamente prodotto due problemi: il voto di scambio e le campagne personalistiche molto costose, i cosiddetti “faccioni”. In linea di massima, però, sono più democratiche. La lista attribuisce potere al partito, le preferenze lo attribuiscono al candidato. È un crinale delicatissimo del sistema di rappresentanza. Questa formulazione lascia ampio margine ai partiti. Il Rosatellum mescolava listino e candidato; qui prevale la logica del listino.

Si parla anche di un possibile ballottaggio tra liste. È uno strumento praticabile?

Bisogna capire come configurarlo. Un conto è un ballottaggio fra liste, un altro è tra candidati. Personalmente ritengo che, se si introducesse, andrebbe studiato un modello che consenta un confronto tra candidati e non solo tra liste, ma sempre in modo compatibile con l’impianto proporzionale. Non è semplice.

C’è chi teme effetti indiretti sugli equilibri istituzionali, come l’elezione del Capo dello Stato dal momento che il prossimo Parlamento sarà chiamato a designarlo. Esiste questo rischio?

Non vedo il rischio che una maggioranza così configurata possa eleggere da sola il Presidente della Repubblica. Le maggioranze richieste dalla Costituzione restano elevate. Il tema vero, ancora una volta, è trovare un punto di equilibrio tra governabilità e rappresentanza senza forzare i limiti già tracciati dalla Corte. Ma questi dibattiti si ripetono ogni volta che viene presentata una proposta di modifica alla legge elettorale. 


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