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Houston abbiamo un problema…in orbita terrestre

A soli tre mesi dal suo insediamento alla guida delle Nasa, il quarantunenne imprenditore Jared Isaacman ha annunciato una nuova pianificazione per il programma lunare. Ma, soprattutto, un nuovo approccio per le stazioni spaziali commerciali. L’opinione di Marcello Spagnulo, ingegnere ed esperto aerospaziale

Mentre la missione Artemis II decollava alla volta della Luna per riportare dopo più di mezzo secolo gli astronauti intorno al nostro satellite naturale, la Casa Bianca presentava al Congresso la sua proposta di bilancio 2027 per la Nasa, in ulteriore riduzione rispetto a quello già sforbiciato nel 2026. L’amministrazione propone un budget di 18,8 miliardi di dollari, pari al 23% in meno del precedente, con una diminuzione di 3,4 miliardi di dollari per la Scienza e di 1,1 miliardi per la ISS.

Ora la parola passa al Congresso, ma non si prospettano tempi facili per il neoamministratore Jared Isaacman che si è dato il compito di rivitalizzare l’ente già reduce da un’annata difficile caratterizzata da una riduzione di personale del 20% e dai suddetti tagli al budget. La proposta di ulteriore diminuzione di fondi per la ISS deve essere letta anche alla luce della recente conferenza stampa in cui Isaacman, insieme a diversi manager, ha presentato dei cambiamenti sia al programma Artemis per la Luna e sia al Commercial Leo Destinations (CLD), cioè le stazioni private in orbita terrestre.

L’annuncio più significativo è stato senza dubbio la sospensione a tempo indefinito del Lunar Gateway, la stazione che doveva fungere da ponte tra l’orbita lunare e la sua superficie, a cui l’Europa e soprattutto l’Italia stavano contribuendo già da anni con moduli abitativi. Il tema è piuttosto delicato per il nostro paese e si dovrà riconfigurare il ruolo italiano nell’ambito del programma Artemis. Ma oltre a ciò, l’annuncio più rilevante che deve ulteriormente attirare l’attenzione del nostro paese è un altro.

La Nasa sta valutando la possibilità di non finanziare più lo sviluppo di stazioni spaziali private destinate a sostituire la Stazione Spaziale Internazionale ISS dopo il 2030. Con una rara dimostrazione di sincerità, Dana Weigel, Program Manager della ISS, ha riconosciuto che in 25 anni non si sono riscontrate né le scoperte scientifiche attese né una crescente domanda di attività economiche, a fronte di enormi costi per il mantenimento della ISS. “Senza un mercato sufficientemente sviluppato e il budget a nostra disposizione”, ha dichiarato la Waigel, “non siamo in grado di finanziare un progetto che preveda due stazioni. Finanziarne anche solo una è già una sfida. Insomma, siamo su una strada che non ci sta portando dove pensavamo”.

Bisogna riflettere attentamente a queste parole perché, in pratica, dopo quasi tre decenni durante i quali nel settore spaziale mondiale non si è fatto altro che parlare a piè sospinto delle enormi prospettive di una Space economy legata alle possibilità date dall’utilizzo della ISS, oggi i vertici della Nasa esprimono senza mezzi termini non solo la delusione per i risultati raggiunti sinora ma, soprattutto, i loro dubbi sulle reali prospettive di un mercato commerciale in Leo mettendo così in dubbio la fattibilità del piano dell’agenzia di collaborare con aziende private per sviluppare stazioni spaziali indipendenti.

Molti addetti ai lavori condividono da anni queste preoccupazioni, ma i manager della Nasa non le avevano mai espresse così apertamente prima d’ora. Sui media è stato dato poco, o nullo, risalto a queste affermazioni che invece meriterebbero una seria riflessione anche in Europa e in Italia. Detto ciò, e già non è poco, qual è il punto? La Nasa si trova ad affrontare un problema complesso senza una soluzione chiara, cioè trovare un sostituto per la ISS da deorbitare tre pochi anni.

Da quando Isaacman è diventato amministratore, la questione di cosa fare con le stazioni spaziali commerciali è diventata una delle tante emergenze che ha dovuto affrontare. E ora per certi versi, sembra anche essere diventata la più difficile da risolvere perché se i fondi disponibili per Cld saranno sui 250-300 milioni di dollari all’anno sarà difficile trovare qualcuno, a partire dalle industrie coinvolte, disposto a ritenere questo budget sufficiente a sostenere lo sviluppo di una stazione. Dal 2021 il programma Cld aveva finanziato, con alcune centinaia di milioni di dollari l’anno, quattro aziende private che si erano proposte di realizzare un avamposto orbitale: Axiom Space, Blue Origin, Nanoracks (in seguito diventata Voyager), Northrop Grumman, che in seguito si è ritirata facendo posto a un nuovo concorrente, Vast Space, che è entrato in gara.

Non è un segreto che le aziende prevedono che la costruzione delle loro stazioni costi qualche miliardo di dollari, a cui aggiungere qualche centinaio di milioni di dollari all’anno per il funzionamento e il rifornimento. Ma adesso i vertici dell’agenzia puntano a selezionare un unico fornitore perché sostanzialmente dicono che i fondi non basteranno per tutti. A questo punto la domanda è d’obbligo: ma se gli stessi vertici della NASA esprimono dubbi sulle prospettive di mercato, quale privato dovrebbe investire oggi su queste stazioni?

La conferenza stampa di Isaacman non ha dato risposte in questo senso. Ma c’è un secondo aspetto, mai detto esplicitamente, che sottende tutta la questione. Costruire e operare una stazione spaziale è difficile, oltre che costoso, perché si devono affrontare sfide complesse. Una volta in orbita occorre manovrare per mantenere un’orbita stabile, evitare i detriti, gestire il controllo termico, guasti alle apparecchiature, emergenze mediche e altro ancora. E oggi nessuna azienda privata possiede esperienza operativa in questi ambiti.

Ma c’è di più. La ISS dipende dai moduli russi che forniscono la propulsione per il mantenimento orbitale, per il supporto vitale e per il controllo dell’assetto, quindi in pratica il Ros- Segmento Orbitale Russo – è la vera spina dorsale della ISS. In pratica, la capacità tecnologica di gestire una stazione spaziale autonomamente gli Stati Uniti non l’hanno più sviluppata dai tempi dello Skylab, cioè dal 1979.

Ecco perché oggi la Nasa punta a chiedere a un unico fornitore di realizzare un modulo “core”, in grado cioè di reggere qualsiasi altro modulo attraccabile. Nei fatti, Voyager, Blue Origin e Vast Space, hanno tutte progettato fin dall’inizio stazioni “a volo libero” e non vorrebbero attraccare alla ISS anche per non sottoporsi al rigoroso processo di certificazione per operare una simile manovra che imporrebbe stringenti e sfidanti soluzioni tecnologiche.

Negli Stati Uniti trapela un certo nervosismo da parte delle industrie coinvolte nel programma Cld perché il timore è che questo nuovo approccio della Nasa possa di fatto favorire la Axiom Space, che sta costruendo il modulo principale PPTM, Payload Power Thermal Module. Axiom ha già un contratto con la Nasa per agganciare il PPTM alla ISS entro un paio d’anni. E per l’Italia il tema è molto rilevante perché nel 2021 l’industria italiana, sulla base di un accordo preso dal governo, ha siglato con Axiom un contratto iniziale di circa110 milioni di € per realizzare due moduli pressurizzati, AxH1 e AxH2 (Habitat 1 e 2), che dovevano essere consegnati dopo due o tre anni; solo che nel 2024 la Nasa e Axiom decisero di cambiare la sequenza di assemblaggio e di non partire più con AxH1 ma con PPTM.

Per i moduli italiani se ne riparlerà dopo. Si tratta di una situazione piuttosto delicata che potrebbe in teoria, come tutte le criticità, costituire anche un’opportunità strategica non solo per l’Agenzia Spaziale Europea, che in questo contesto sembra piuttosto impreparata, ma anche per il nostro paese che, ancora per il momento, detiene l’unica capacità tecnologica europea di moduli pressurizzati. Sintetizzando; le stazioni commerciali non sono ancora un mercato stabile e la Nasa sta andando verso un modello ibrido e modulare dove chi vince non è chi costruisce tutto, ma chi diventa indispensabile nella filiera. In questo nuovo scenario serviranno sistemi di supporto vitale, energetici, docking, logistica e manutenzione robotica e in questi ambiti l’Italia potrebbe provare a sfruttare i suoi attuali legami sia con Nasa che con i privati statunitensi, Axiom in primis, per definire standard europei interoperabili e componenti “plug-and-play” per stazioni modulari. Sono solo alcuni spunti preliminari, ma per andare avanti occorre lungimiranza, strategia e politica industriale.


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