L’Europa resta sul podio della New space economy, ma è sempre più distante da Stati Uniti e Cina. Un paper recente dell’European centre for international political economy individua le cause in carenze strutturali, pochi investimenti, frammentazione politica e un ecosistema incapace di sostenere la crescita delle startup. I numeri su lanci, brevetti e finanziamenti delineano un divario sempre più netto, e mentre Washington e Pechino consolidano il proprio vantaggio, Bruxelles rischia di ritrovarsi piena di ambizioni ma senza i mezzi per sostenerle
Nella gara della New space economy, l’Europa è medaglia di bronzo. Ma la distanza dagli altri gradini del podio è tanta e, se il distacco con la Cina è preoccupante, quello con gli Usa rasenta l’imbarazzante. A fotografare questa condizione è un paper dell’European centre for international political economy (Ecipe), che ha sistematizzato più dati attraverso un dataset costruito su fonti aperte e che traccia i principali attori globali del settore, dalle startup alle grandi corporation. Il verdetto è netto, il declino relativo dell’Europa non è accidentale, ma strutturale e direttamente riconducibile a tre fattori: un deficit cronico di accesso ai capitali, una spesa pubblica insufficiente e frammentata, e una politica industriale incapace di fare leva sui privati.
Numeri alla mano
Nel 2025, gli Stati Uniti hanno effettuato 181 lanci orbitali, la Cina 92 e l’Unione europea 8 (dopo soli 3 lanci annui nel 2023 e nel 2024). Quanto ai satelliti messi in orbita, nel 2025 la sola SpaceX ne ha dispiegati oltre 3.700, la Cina 371 e l’Europa 135. Sul fronte dei brevetti, la quota europea è scesa dall’11% del 2000 al 6% del 2023. Il confronto è inglorioso, ma anche sintomatico delle conseguenze di non disporre di un accesso autonomo allo spazio comparabile a quello dei maggiori competitor. Una vulnerabilità ulteriormente aggravata dal fatto che persino le istituzioni pubbliche europee si affidano sempre più a SpaceX per i propri lanci, i cui prezzi sono fino a tre volte inferiori a quelli degli operatori europei.
Bisogna inoltre precisare che il dato aggregato europeo è in parte un indicatore di comodo. L’Unione europea non ha infatti una politica spaziale unitaria e, accanto al budget dell’Esa (che non è un’istituzione comunitaria), diversi Paesi membri mantengono programmi nazionali propri, agenzie proprie e priorità industriali divergenti, quando non apertamente in concorrenza fra di loro. Il risultato è una inevitabile duplicazione di risorse e programmi che abbassa l’efficacia della spesa complessiva. Nel 2024, la spesa pubblica spaziale europea è stata poco al di sotto dei 15 miliardi di dollari, mentre quella americana ha sfiorato gli 80 miliardi. Quella cinese, in rapida ascesa, ha già superato quella europea, toccando quota 20 miliardi. Tra il 2016 e il 2024, Washington ha più che raddoppiato i propri investimenti pubblici nello spazio (+121%) e Pechino li ha quadruplicati (+306%). L’Europa, invece, si è fermata a un +66%.
Il problema istituzionale
Stando a quanto rilevato dall’Ecipe, dietro i numeri c’è una storia di scelte che negli anni hanno premiato più la continuità che la competitività. Il cuore del problema risiederebbe nel principio del “ritorno geografico”, ovvero il meccanismo dell’Esa per cui i contratti industriali vengono distribuiti tra gli Stati membri in proporzione ai loro contributi finanziari, configurando un ecosistema che tende a penalizzare gli operatori emergenti. Si pensi all’Ariane 6, un programma deciso nel 2012 e giudicato non competitivo rispetto al Falcon 9 di SpaceX da un rapporto della Corte dei Conti francese del 2019, arrivato al primo volo solo nel luglio 2024, con quattro anni di ritardo rispetto ai piani. Il costo per missione è ora stimato attorno ai 108 milioni di dollari, contro i 67-70 di SpaceX. Questo senza citare il fatto che, non disponendo di vettori riutilizzabili, i tempi tra un lancio e l’altro subiscono dilatazioni importanti. A questo si aggiunge la ben nota ipertrofia burocratica europea, che rischia di perpetuare le discrasie del sistema. L’EU Space Act, proposto dalla Commissione nel giugno 2025, e il Digital Networks Act conterrebbero infatti disposizioni che tenderebbero a favorire gli operatori storici a discapito di quelli emergenti.
Su tutto, da un punto di vista istituzionale, pesa la frammentazione politica europea. Il primato del modello americano non è il risultato di un mercato esattamente “puro”, ma di un ecosistema fortemente sostenuto dalla domanda pubblica, in cui agenzie come la Nasa e il Dipartimento della Difesa fungono da clienti di riferimento, garantendo volumi, continuità e riduzione dei rischi di impresa. Senza una domanda pubblica così strutturata e concentrata (proprio quella che l’Europa non riesce a mettere in piedi), difficilmente oltreoceano si sarebbe creata la stessa capacità di scala a cui assistiamo oggi.
Il problema delle startup
C’è una categoria però su cui l’Europa performa meglio di altri, ed è il numero di realtà innovative emergenti. Il database dell’Ecipe ha censito 92 startup e Pmi spaziali di punta nel continente, un numero vicino alle 107 americane e più del doppio rispetto alle 36 cinesi. Il problema dell’Europa non sarebbe dunque la quantità o la disponibilità di realtà innovative, ma l’incapacità di trasformarle in attori competitivi. E qui i mercati dei capitali europei mostrano la loro inadeguatezza. Di nuovo, i numeri parlano chiaro. Al febbraio 2026, le startup spaziali europee che non hanno raggiunto i 10 milioni di dollari complessivi, tra venture capital e investimenti privati, rappresentano il 42% del totale. Negli Stati Uniti questa quota scende all’8%, in Cina al 12%. Il finanziamento medio per startup spaziale nell’Ue è appena sopra i 48 milioni di dollari, contro i quasi 317 milioni americani e i 195 cinesi. Meno del 15% delle startup europee ha superato la soglia dei 100 milioni di raccolta complessiva, che gli analisti stimano essere il minimo per aspirare a una competizione globale. Negli Stati Uniti e in Cina, oltre il 50% dei player principali l’ha già superata. Inoltre, solo il 5% delle startup spaziali europee è quotato in borsa, contro il 13% di quelle americane. La conseguenza, inevitabile, è che molte delle realtà più promettenti guardano sempre più verso gli Stati Uniti per raccogliere capitali e accedere ai contratti governativi.
Cosa succede se non si cambia rotta
Le proiezioni di medio e lungo periodo dipingono uno scenario preoccupante per il Vecchio continente. Lo spazio si sta configurando sempre più come un’infrastruttura fondamentale dell’economia moderna e restare indietro, oltre alle ovvie implicazioni di competitività, significa anche accettare una dipendenza strutturale da capacità altrui per funzioni sempre più critiche. La Cina, che forse in troppi continuano a sottovalutare, sta costruendo un ecosistema sempre più commerciale e il caso di Spacesail (startup fondata nel 2024, già con oltre un miliardo di dollari raccolti e piani per lanciare 15.000 satelliti in orbita entro il 2030) mostra come Pechino abbia imparato la lezione del modello americano meglio di quanto abbia fatto Bruxelles. Dei segnali positivi ci sono (il +30% del budget Esa per il triennio 2026-2028 è il primo aumento di tale entità nella storia cinquantennale dell’agenzia), ma l’Ecipe avverte che questi aggiustamenti rischiano di essere insufficienti finché non si affrontano le cause profonde del ritardo. “L’ambizione priva di strumenti adeguati”, si legge, rischia di diventare la caratteristica definitoria della politica spaziale europea nell’era della New space economy. Una diagnosi severa ma, stando ai dati, difficilmente contestabile.
















