Un executive order firmato alla scrivania di Lincoln. Joe Rogan in prima fila. Ibogaine, psilocibina, Mdma. E 60 milioni di americani che aspettano. L’intervento di Luca Pani, professore ordinario di Psichiatria clinica all’Università di Miami e di Farmacologia e tossicologia all’Università di Modena e Reggio Emilia
Washington. Il presidente Donald Trump firma un executive order che, nelle sue stesse parole, “accelererà drammaticamente l’accesso a nuovi trattamenti medici basati sulle droghe psichedeliche”. Non è un happening hippie. Non è nemmeno, nella sua struttura tecnica, una liberalizzazione. È qualcosa di più sottile e forse più duraturo: un segnale politico-regolatorio di portata storica, che ridisegna il perimetro di ciò che è scientifico, finanziabile e, almeno in prospettiva, approvabile in America.
Joe Rogan era lì, nell’Oval Office. Il podcaster, da anni sostenitore convinto delle medicine psichedeliche, ha raccontato di aver scritto un messaggio a Trump sull’ibogaine, ricevendo in risposta: “Sounds great. Do you want Fda approval? Let’s do it”. Che Rogan sia diventato il testimone simbolico di un evento di politica sanitaria è già, di per sé, una notizia. Ma la notizia vera è un’altra.
L’anatomia dell’ordine esecutivo
L’ordine chiede alla Fda di accordare considerazione accelerata a determinati psichedelici che soddisfino criteri specifici. Chiede altresì al Dipartimento della salute e dei servizi umani di destinare 50 milioni di dollari in fondi federali a stati che abbiano già avviato o stiano sviluppando programmi di ricerca sugli psichedelici per le malattie mentali gravi.
L’ordine richiede inoltre alla Fda e alla Dea di stabilire un percorso per l’accesso a farmaci psichedelici sperimentali, inclusi i composti di ibogaine, per pazienti eleggibili inquadrabili nell’ambito del Right to try act, la norma che consente ai malati gravi di accedere a terapie non ancora approvate.
Ciò che l’ordine non fa è altrettanto importante da precisare: psichedelici come psilocibina, ibogaine, Mdma e Lsd restano illegali ai sensi della legge federale come sostanze di Schedule I. L’executive order non li legalizza. Dirige la Fda e la Dea ad accelerare la ricerca, velocizzare i trial clinici e creare percorsi per l’accesso medicalmente supervisionato.
Sul piano giuridico, la misura in cui un executive order può impattare la politica sulle droghe è variabile e dibattuta: i presidenti non possono costringere la rescissione di una sostanza controllata, ma possono avere influenza sostanziale su priorità di enforcement, budget e indirizzo delle agenzie federali. È, in definitiva, un ordine di sistema: cambia le priorità, non le leggi.
Il contesto epidemiologico: 60 milioni di americani
L’ordine risponde a una crisi documentata e politicamente insostenibile. Almeno 21 milioni di adulti americani hanno riferito almeno un episodio depressivo maggiore, secondo il National institute of mental health. Circa un americano su dieci ha una diagnosi di Disturbo d’ansia generalizzato. Sommando le patologie dello spettro ansioso-depressivo, il Ptsd, i disturbi da uso di sostanze e le condizioni correlate, si arriva alla cifra, politicamente brandita con frequenza crescente, di circa 60 milioni di americani che vivono con una condizione di salute mentale clinicamente significativa.
Il peso cumulativo dei disturbi mentali e da uso di sostanze supera il trilione di dollari l’anno negli Stati Uniti, considerando i costi sanitari, la perdita di produttività e la mortalità prematura. Non è un’emergenza sanitaria solo in senso clinico: è un’emergenza fiscale, previdenziale, di sicurezza nazionale. I veterani lo incarnano meglio di chiunque altro.
La frontiera dei veterani: il cuore politico dell’ordine
Alla Resolute Desk, Trump ha descritto il tributo silenzioso delle guerre: quello che segue i veterani a casa e persiste ben oltre i combattimenti. “Dal 9/11, abbiamo perso oltre 21 volte più vite di veterani per suicidio che sul campo di battaglia. Oggi portiamo loro una nuova speranza”.
Il composto su cui si concentra l’attenzione per i veterani non è la psilocibina né la Mdma, ma l’ibogaine: un alcaloide derivato dalla radice della pianta africana Tabernanthe iboga, classificato anch’esso in Schedule I. Uno studio di Stanford del 2024 su 30 veterani delle forze speciali con trauma cranico da blast exposure ha documentato miglioramenti significativi nel funzionamento e una riduzione dei sintomi di Ptsd, depressione e ansia dopo una singola sessione di ibogaine, senza effetti avversi cardiaci gravi.
La ricerca dello Stanford Brain Stimulation Lab ha trovato che la terapia con ibogaine ha determinato, in media, una riduzione dell’88% dei sintomi di Ptsd e miglioramenti significativi della funzione cognitiva nei veterani con trauma cranico. Questi dati sono ancora osservazionali, piccoli campioni, senza randomizzazione, ma lo Stato del Texas ha già stanziato 50 milioni di dollari in fondi pubblici per trial clinici sull’ibogaine, assegnati nel dicembre 2025 a Uthealth Houston e Utmb Galveston per un trial multicentrico biennale che arruolerà fino a 300 partecipanti, principalmente veterani e first responders, con inizio arruolamento previsto nel 2026.
L’Arizona è diventato il secondo Stato nel 2025 a stanziare fondi pubblici per ricerca clinica sull’ibogaine, con 5 milioni di dollari nel budget per l’anno fiscale 2026. Il Department of veterans affairs partecipa ora ad almeno cinque trial di queste sostanze in New York, California e Oregon. L’ibogaine presenta però un profilo di sicurezza che impone cautela regolatoria rigorosa: è nota per causare aritmie cardiache ed è stata collegata a più di 30 decessi nella letteratura medica, secondo la Multidisciplinary association for psychedelic studies. Questa è stata, storicamente, la ragione principale per cui la Fda non l’aveva mai portata in fase 3. L’executive order prova a cambiare questa geometria, senza tuttavia eliminare il problema biologico sottostante.
La mappa dei clinical trial
I numeri dicono tutto, e dicono che questo è, strutturalmente, un fenomeno americano.
Al maggio 2024, 278 trial clinici erano stati registrati su ClinicalTrials.gov per psichedelici classici, Mdma e composti correlati. Un’analisi separata ha documentato che, sempre all’aprile 2024, oltre 134 trial clinici per sola psilocibina erano stati registrati, studiando 54 potenziali indicazioni terapeutiche.
Il contrasto con l’Europa è netto. Il database clinicaltrials.gov e il sistema Ctis dell’Unione europea mostrano un numero sostanzialmente più alto di trial sulla psilocibina negli Usa rispetto all’Ue, riflettendo una più robusta infrastruttura di ricerca, investimenti finanziari crescenti e interesse espansivo verso le terapie psichedeliche assistite.
In Europa, nessuna terapia psichedelica tradizionale è ancora approvata nell’Unione europea. Al momento, 20 studi sono completati o in corso per testare la psilocibina e quattro si concentrano sulla Mdma. L’Ema ha tenuto un workshop multi-stakeholder sugli psichedelici nel 2024 e sta aggiornando la propria linea guida per la depressione per includere raccomandazioni specifiche per il disegno degli studi con psichedelici, un passo importante, ma ancora nella fase della codificazione metodologica, non dell’approvazione.
La Svizzera ha un programma di uso medico limitato attivo dal 2014 che ha permesso a medici autorizzati di trattare pazienti con Mdma, Lsd e psilocibina sotto stretto controllo regolatorio: al 2024, oltre 700 pazienti con depressione, Ptsd e disturbi d’ansia avevano ricevuto trattamento. La Germania ha approvato nel 2025 il suo primo Compassionate use program per la psilocibina nella depressione resistente.
E l’Italia?
L’Italia si muove, con i tempi che le sono propri. È partita la prima sperimentazione clinica italiana sull’uso della psilocibina per il trattamento della depressione resistente ai farmaci tradizionali, autorizzata dall’Aifa e coordinata dall’Istituto superiore di sanità (Iss). Il progetto è finanziato con fondi del Pnrr. Il trial coinvolgerà 68 pazienti, durerà due anni e si terrà all’ospedale di Chieti, con la collaborazione di una Asl di Roma, dell’Università di Pescara e degli Ospedali riuniti di Foggia.
I ricercatori italiani hanno dichiarato che lo studio permetterà anche di valutare varianti innovative della molecola (ibogalogs) prive di effetto psichedelico ma che ne conservano l’attività terapeutica, con l’obiettivo di migliorarne la tollerabilità e l’uso clinico. Un approccio scientificamente ambizioso, che rispecchia la tradizione italiana di rigore metodologico. Tuttavia, 68 pazienti non sono 278 trial. Il divario è strutturale.
Il collo di bottiglia
La struttura del portafoglio mondiale di ricerca sugli psichedelici rivela una peculiarità fondamentale, che chi lavora nella regolazione conosce bene: la base è larghissima, il vertice è strettissimo.
Dei trial sugli psichedelici classici, 84 su 92 studi soggetti alle fasi classiche di sviluppo sono in fase 1 o fase 2. Solo tre trial erano in fase 3 e cinque in fase 4. Tra gli psichedelici classici, Mdma, Lsd, psilocibina, ibogaine, solo due trial in fase 3 erano attivi, entrambi focalizzati su Mdma per il Ptsd. Questo è il punto: la fase 3, quella che conta per l’approvazione regolatoria, è quasi esclusivamente americana e quasi esclusivamente Mdma-Ptsd.
La psilocibina per il Disturbo depressivo maggiore sta però avanzando. Nel giugno 2025, Compass Pathways ha annunciato risultati positivi per la sua terapia con psilocibina nella depressione resistente, con una riduzione statisticamente significativa di 3,6 punti sulla scala Madrs rispetto al placebo in un trial di fase 3.
Per il disturbo d’ansia generalizzato (Gad), invece, non esistono ancora trial di fase 3 attivi con psichedelici. È una lacuna significativa: il Gad è la condizione d’ansia più diffusa, ma il profilo farmacologico degli psichedelici, con il loro impatto acuto sull’ansia situazionale durante la sessione, ha finora scoraggiato lo sviluppo su questa indicazione.
Il Ptsd è diverso: la singola sessione catartica, guidata da un terapeuta addestrato, si allinea biologicamente e psicologicamente con la struttura traumatica del disturbo. Qui l’evidenza di fase 3 c’era, fino a quando, nel 2024, la Fda ha rifiutato la Nda di Lykos Therapeutics per la Mdma-At nel Ptsd, chiedendo un secondo trial registrativo. Questo diniego è ora la premessa stessa dell’executive order.
Il problema del deployment: il costo della psicoterapia guidata
Anche se un giorno la Fda dovesse approvare la psilocibina o la Mdma, il problema più grande non sarà regolatorio. Sarà operativo.
Al mid-2025, il cliente medio di una clinica di psilocibina nell’Oregon spendeva 164.000 dollari l’anno, il doppio del reddito mediano dello stato, era prevalentemente bianco, tipicamente sopra i 40 anni, e in grado di pagare fino a 3.000 dollari o più per sessione, costo che la propria assicurazione non copriva.
Il costo complessivo di un ciclo terapeutico con Mdma per Ptsd è stato stimato, sulla base dei dati di fase 3, in circa 12.000 dollari per paziente, includendo tre sessioni preparatorie, tre sessioni di dosaggio di otto ore ciascuna con due terapeuti presenti e nove sessioni di integrazione successive, per un totale di circa 42 ore di tempo clinico. Modelli sponsorizzati dall’industria hanno proiettato costi fino a 48.000 dollari.
Il motivo di questo costo non è la molecola: “Uno dei motivi per cui la terapia psichedelica è costosa è che non è una pillola, è un bundle di servizi. Non è come riempire una prescrizione di Ssri. Anche se le molecole fossero a costo zero, il delivery rimarrebbe costoso”.
Ciò che rende queste terapie economicamente interessanti, dal punto di vista della medicina basata sul valore, è il loro potenziale di risposte durature dopo cicli di trattamento limitati. A differenza dei farmaci psichiatrici tradizionali, che richiedono dosaggio quotidiano per anni o decenni, le terapie psichedeliche tipicamente coinvolgono poche sessioni. Poche sessioni intensive, tuttavia, richiedono stanze dedicate, doppio monitoraggio clinico, formazione specialistica per i terapeuti, strutture di emergenza cardiologica in loco per l’ibogaine. Questo non è un modello scalabile senza riprogettazione del sistema.
Ed è qui che l’executive order, al netto del segnale politico, mostra i suoi limiti: 50 milioni di dollari, distribuiti tra stati, per un problema che vale oltre un trilione l’anno.
Una rivoluzione reale che cammina su gambe fragili
I leader dell’industria psichedelica affermano che l’ordine è significativo, ma i pieni impatti restano sconosciuti fino a quando l’implementazione non dimostrerà il suo valore scientifico. “L’opportunità non è hype, è esecuzione: scienza rigorosa, standard di sicurezza disciplinati, protocolli guidati da medici e dati di outcome nel mondo reale.”
C’è qualcosa di profondamente americano in questa storia: la capacità di usare la leva politica per sbloccare l’inerzia regolatoria, il coraggio di nominare per nome sostanze che l’establishment medico ha ignorato per cinquant’anni, la sensibilità populista ai veterani come categoria moralmente irricusabile. E c’è qualcosa di universalmente medico: l’evidenza clinica, ancora incompleta, ancora da consolidare, che alcune molecole, in contesti terapeutici controllati, possono fare ciò che né gli Ssri né la Cbt sono riusciti a fare per milioni di pazienti.
L’Europa guarda, studia e, per ora, rimane indietro. L’Italia muove i suoi 68 pazienti a Chieti. Il Vecchio Mondo ha il rigore ma non la velocità, né i capitali.
Il mondo va a Washington, e Washington, per una volta, guarda al futuro della psichiatria. Che lo faccia con Joe Rogan in prima fila non cambia la sostanza. Cambia, forse, il pubblico.
















