La Nasa ha svelato un ambizioso piano per dare il via alla costruzione della base lunare che ospiterà in pianta stabile gli astronauti sul satellite naturale della Terra. Un miliardo di dollari e una corsa al cardiopalma per arrivare, entro dieci anni, a stabilire una presenza umana continuativa sulla Luna. Nel frattempo, però, anche gli esperti militari fanno i loro calcoli
Il ritorno dell’essere umano sulla Luna si fa sempre più vicino. Dalla sede centrale di Washington, l’amministratore della Nasa, Jared Isaacman, ha presentato al mondo il programma Moon Base: un piano da 30 miliardi di dollari per stabilire una presenza umana permanente al polo sud della Luna entro il 2036. “Questa volta l’obiettivo non è piantare bandiere e lasciare impronte”, ha dichiarato. “Questa volta l’obiettivo è restare”. Con circa un miliardo di dollari già stanziati e quattro tra le aziende spaziali più attive nel mercato americano, Washington alza l’asticella e lancia ufficialmente la sua sfida a Pechino. Ma, nel frattempo, il gap militare spaziale col Dragone rischia di accentuarsi. La risposta? Prepararsi ad andare Boots on the Moon.
Il piano in tre fasi
Durante l’evento al quartier generale della Nasa, l’agenzia ha annunciato nuovi contratti per rover lunari con equipaggio e lander cargo destinati alla Luna, condividendo anche le finestre di lancio e le prossime tappe delle prime missioni per l’esplorazione della regione del polo sud lunare, in preparazione per gli allunaggi degli astronauti Artemis. Il programma si articola in tre fasi. La fase 1, che si durerà fino al 2029, servirà a raccogliere informazioni dettagliate mediante l’impiego dei rover per garantire un accesso affidabile alla superficie. La seconda fase, tra il 2029 e i primi anni 30, costruirà le infrastrutture permanenti sul suolo lunare, inclusa la rete elettrica. La terza, dal 2032 in poi, porterà a una presenza semi-permanente di equipaggi umani. L’obiettivo finale è una base che si estenda per centinaia di chilometri quadrati, con il polo sud come baricentro strategico. I crateri del polo sud lunare, permanentemente in ombra, sono ritenuti ricchi di depositi di ghiaccio, che potrebbero essere trasformati in acqua potabile, ossigeno respirabile e anche propellente per razzi, rendendo la Luna un hub logistico autosufficiente per l’esplorazione dello spazio profondo.
Quattro aziende e un miliardo di dollari
La Nasa ha assegnato contratti per quasi un miliardo di dollari a quattro aziende (Astrolab, Lunar Outpost, Blue Origin e Firefly Aerospace) per costruire i veicoli lunari con equipaggio e i droni da ricognizione MoonFall. Nel dettaglio, Astrolab riceverà 219 milioni di dollari e Lunar Outpost 220 milioni per sviluppare i rispettivi Lunar terrain vehicle (Ltv). Entrambi i rover sono progettati per viaggiare fino a 10 chilometri orari, trasportare fino a due astronauti su percorsi di 10 chilometri e condurre escursioni robotiche autonome con un raggio d’azione massimo di 200 chilometri. Il rover di Astrolab, denominato Clv-1, è sviluppato con il supporto di Interlune come subappaltatore, mentre il Pegasus di Lunar Outpost sarà realizzato in partnership con General Motors, Goodyear e Leidos. A trasportare questi veicoli sulla superficie lunare sarà Blue Origin, che ha ottenuto un contratto da 188 milioni di dollari con un’ulteriore opzione di rinnovo da circa 280 milioni. Infine, la Nasa ha selezionato Firefly Aerospace per costruire la navetta della missione MoonFall, che dispiegherà quattro droni sviluppati da Jet Propulsion Laboratory per studiare i potenziali siti di allunaggio vicino al polo sud lunare, con lancio previsto per il 2028. Sul calendario delle prime tre missioni, la Moon Base I è prevista non prima dell’autunno 2026 e utilizzerà il lander Blue Moon Mark 1 Endurance di Blue Origin per consegnare strumenti scientifici nella regione dello Shackleton Connecting Ridge. Moon Base II, con il lander Griffin di Astrobotic che trasporterà il rover Flip di Astrolab, e Moon Base III, con il lander Nova-C Trinity di Intuitive Machines, dovrebbero invece partire entro la fine del 2026.
Boots on the Moon?
Nel frattempo, il Mitchell Institute for Aerospace Studies ha recentemente rilasciato un interessante studio sulla competizione strategica con la Cina. La tesi è scomoda ma argomentata con rigore: la Luna sta diventando un territorio conteso e Washington non ha ancora gli strumenti militari per difendere i propri interessi in loco. Il documento ricorda che il programma spaziale cinese, a differenza di quello americano, è interamente gestito dall’Esercito Popolare di Liberazione e che i taikonauti a bordo della stazione spaziale Tiangong non sono civili, ma militari con operational authority. Pechino intende portare il suo primo equipaggio sulla Luna entro il 2030 e la sua coerenza storica (tutti i traguardi del programma spaziale cinese dichiarati tra il 1992 e il 2022 sono stati raggiunti nei tempi previsti) lascia intendere che potrebbe farcela on schedule. L’ex direttore generale del programma lunare cinese, Ye Peijian, ha così sintetizzato la visione di Pechino: “Il cosmo è un oceano, la Luna sono le isole Diaoyu. Chi non ci va, cederà il passo a chi lo farà”.
Il paper segnala infatti un gap strutturale per gli Stati Uniti, con la US Space Force, la forza armata più giovane e più piccola del Paese, che opera ancora esclusivamente con sistemi non presidiati. Non ha personale addestrato, equipaggiato e dotato delle autorità legali del Titolo 10 del Codice degli Stati Uniti (il quadro normativo che disciplina le operazioni militari) per operare fisicamente nello spazio. Se un giorno dei taikonauti militari cinesi dovessero minacciare gli interessi americani sulla Luna, gli Usa non avrebbero nessuno lassù in grado di rispondere. Il documento propone quindi che la Space Force avvii un programma strutturato di volo spaziale umano militare, partendo dallo Space Test Course (la scuola che forma i migliori operatori tecnici dell’arma) e costruendo nel tempo le competenze necessarie, usando le stazioni spaziali commerciali come terreni d’addestramento. Un’impresa non facile. Si tratta di costruire da zero, in vent’anni, una capacità che non esiste. Anche il vice-chief delle operazioni spaziali dei Guardiani, il generale Shawn Bratton, ne ha riconosciuto la criticità: “Sarebbe tragico se i Guardiani non arrivassero mai nello spazio. Dobbiamo lavorarci”.
















