Le manifestazioni di Roma e Milano rilanciano una mobilitazione internazionale nata dopo l’autoimmolazione dell’attivista Pawo Lobga Rangzen. Al centro delle rivendicazioni c’è la nuova legge cinese sulle minoranze, considerata dalla diaspora uno strumento di assimilazione forzata
Per anni la questione tibetana è sembrata progressivamente uscire dall’agenda internazionale. Ma nelle ultime settimane qualcosa sembra essersi rimesso in movimento. L’innesco è arrivato il 2 luglio a New York, dove l’attivista tibetano Pawo Lobga Rangzen si è dato fuoco davanti al consolato cinese, morendo poche ore dopo. Prima del gesto aveva lasciato un messaggio rivolto alla diaspora, invitando i tibetani a ritrovare unità e impegno nella causa dell’indipendenza. Un episodio che ha immediatamente riacceso manifestazioni in numerose città del mondo.
Anche l’Italia si è inserita in questa mobilitazione. Nei giorni scorsi la Comunità Tibetana in Italia e l’Associazione delle Donne Tibetane hanno organizzato manifestazioni a Roma, davanti all’ambasciata cinese, e a Milano, con la partecipazione di esponenti della diaspora, associazioni e sostenitori italiani. Tra gli interventi figuravano rappresentanti della Comunità Tibetana in Italia, dell’Associazione Italia Tibet e di altre organizzazioni impegnate da anni sulla questione tibetana.
Le proteste non si limitano alla commemorazione di Rangzen. Il bersaglio politico è la nuova Law on Promoting Ethnic Unity and Progress, entrata in vigore il 1° luglio, che secondo la diaspora istituzionalizza politiche di assimilazione già in atto in Tibet, Xinjiang e in altre aree abitate da minoranze etniche. La legge è stata criticata da esperti Onu e dal Parlamento europeo, mentre Pechino sostiene che serva esclusivamente a promuovere l’unità nazionale e lo sviluppo delle regioni etniche.
Nelle piazze italiane il messaggio è stato duplice. Da una parte il ricordo dell’attivista morto a New York, diventato rapidamente un simbolo della protesta. Dall’altra la richiesta che governi occidentali e istituzioni europee aumentino la pressione diplomatica su Pechino, andando oltre le tradizionali dichiarazioni di condanna e affrontando il tema nei rapporti bilaterali con la Cina.
Le immagini delle due manifestazioni mostrano un elemento che gli organizzatori sottolineano come particolarmente significativo: una forte partecipazione della comunità tibetana, con la presenza contemporanea di diverse generazioni della diaspora, accanto ai sostenitori italiani. Secondo gli organizzatori, il ricambio generazionale rappresenta uno dei segnali più incoraggianti per una causa che, nonostante decenni di mobilitazione, continua a confrontarsi con la difficoltà di mantenere alta l’attenzione internazionale.















