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Non solo regole, ma data center. La strategia italiana per conquistare l’infrastruttura dell’IA

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Roma sta progressivamente spostando il baricentro della propria politica sull’intelligenza artificiale dalla regolazione alla costruzione dell’infrastruttura, con oltre 25 miliardi di euro di investimenti strategici in data center. La sfida sarà ora trovare un equilibrio tra l’attrazione di capitali internazionali e un quadro normativo nazionale sempre più articolato

Fino a pochi anni fa, la politica italiana sull’intelligenza artificiale ruotava soprattutto attorno alla governance: regole, autorità competenti, principi etici e recepimento della normativa europea. Oggi, invece, il governo sta iniziando ad affiancare a questa dimensione un secondo pilastro: l’infrastruttura fisica che rende possibile lo sviluppo dell’AI.

Il cambiamento non è casuale. In tutto l’Occidente la competizione si sta progressivamente spostando dagli algoritmi al controllo della capacità computazionale, dell’energia, delle filiere dei semiconduttori e delle infrastrutture digitali. È la logica della cosiddetta Tokenpolitik, nella quale la leadership nell’intelligenza artificiale dipende sempre meno soltanto dai modelli e sempre più dalla disponibilità di calcolo, elettricità e data center. Anche alla luce dell’adesione italiana alla dichiarazione Pax Silica, Roma sembra voler ritagliarsi un ruolo in questa nuova geografia strategica.

I data center diventano infrastrutture strategiche, e il segnale più evidente di come l’Italia sia consapevole di tali dinamiche e di questo cambio di passo è arrivato dal Consiglio dei ministri. Negli ultimi mesi il governo ha infatti riconosciuto sette grandi programmi di investimento nei data center come iniziative di preminente interesse strategico nazionale, utilizzando una procedura accelerata normalmente riservata ai progetti considerati essenziali per lo sviluppo economico e industriale del Paese. L’ultimo è stato lanciato durante la riunione del gabinetto di Giorgia Meloni di martedì: il governo ha annunciato due grandi programmi di investimento (per un valore di 6,8 miliardi di euro) destinati alla realizzazione di data center, a Milano (Zibido San Giacomo e Lacchiarella), con un campus hyperscale da 5,3 miliardi di euro per potenziare la capacità cloud e i carichi di lavoro dell’AI, e in Sulcis (Sardegna), per un data center Edge AI da 1,49 miliardi di euro presso l’ex miniera di Monte Sinni, volto a creare un polo tecnologico avanzato.

Nel loro insieme, gli investimenti annunciati durante il 2026, superano i 25 miliardi di euro e segnano un cambio di paradigma: i data center non vengono più considerati semplici infrastrutture digitali, ma veri e propri asset strategici della politica industriale italiana. Nel complesso, il portafoglio degli investimenti racconta una strategia che punta ad attrarre un ecosistema articolato di operatori, senza affidarsi a un’unica categoria di investitori.

Tra i progetti più rilevanti figura quello di Equinix, che investirà circa 4 miliardi di euro per realizzare sette nuovi data center nell’area metropolitana di Milano tra il 2026 e il 2033. L’obiettivo è sostenere la crescente domanda di servizi cloud e di capacità computazionale per l’intelligenza artificiale, rafforzando ulteriormente il ruolo di Milano come uno dei principali hub europei dell’infrastruttura digitale.

A questo si aggiunge il Cavour Hyperscale Campus di Trino, in Piemonte, un investimento da circa 4 miliardi di euro che trasformerà l’ex centrale Enel Galileo Ferraris in un campus hyperscale con una capacità prevista compresa tra 300 e 400 megawatt. Sviluppato dal gruppo italiano Techbau, il progetto rappresenta anche un esempio di riconversione di infrastrutture energetiche esistenti a supporto della nuova economia dell’intelligenza artificiale.

L’elenco continua con K2 Strategic Infrastructure Italy, controllata dal gruppo singaporiano Kuok, che investirà i 5,3 miliardi di euro nel campus hyperscale nell’area a sud di Milano, e con Energy Vault, società statunitense che svilupperà in Sardegna il progetto Digital Vault Sulcis, integrando un data center dedicato all’Edge AI con impianti per la produzione e l’accumulo di energia rinnovabile.

Ai programmi approvati si aggiungono inoltre quelli promossi da Vantage Data Centers, EdgeConneX e Amazon Web Services, confermando la capacità dell’Italia di attrarre alcuni dei principali operatori internazionali dell’infrastruttura digitale. Investimenti frutto di un lavoro con cui negli ultimi due anni il governo ha progressivamente cercato di costruire l’architettura istituzionale di una strategia dedicata alle infrastrutture dell’intelligenza artificiale.

Parallelamente al recepimento dell’AI Act europeo, è stata infatti avviata una strategia nazionale per attrarre investimenti esteri nei data center, coinvolgendo il ministero delle Imprese e del Made in Italy, il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, il ministero dell’Università e della Ricerca e il Dipartimento per la Trasformazione digitale.

La logica strategica appare ormai evidente. Con l’aumento della domanda di capacità computazionale, la competitività non dipenderà soltanto dalla qualità della ricerca o dagli algoritmi sviluppati, ma anche dalla disponibilità di energia, terreni, connessioni in fibra ottica e grandi infrastrutture di calcolo. Più che limitarsi a sviluppare applicazioni di intelligenza artificiale, l’Italia punta quindi a diventare uno dei luoghi in cui tali applicazioni potranno essere fisicamente ospitate.

Anche la geografia gioca a favore di questa ambizione. Situata al crocevia delle nuove direttrici di connettività indo-mediterranee e sostenuta da una rete digitale in continua espansione, l’Italia può proporsi come piattaforma di collegamento tra Europa, Nord Africa e Medio Oriente, mentre Milano continua a consolidare il proprio ruolo tra i mercati dei data center a più rapida crescita del continente.

Resta tuttavia una questione destinata ad accompagnare questa strategia. Da un lato, il governo sta cercando di rendere l’Italia una destinazione sempre più attrattiva per gli investimenti nell’infrastruttura dell’intelligenza artificiale; dall’altro, sta costruendo un quadro normativo nazionale che, in alcuni aspetti, va oltre quanto previsto dall’AI Act europeo, introducendo ulteriori livelli di responsabilità giuridica.

La vera sfida sarà dunque trovare un equilibrio tra queste due ambizioni: garantire un quadro regolatorio solido e credibile senza compromettere quella certezza del diritto e quella prevedibilità che rappresentano uno dei principali fattori di attrazione per gli investimenti internazionali in uno dei settori strategici destinati a crescere più rapidamente nei prossimi anni.


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