In un mondo appeso alla crisi di Hormuz e con il prezzo del petrolio ancora troppo ballerino, l’errore da non commettere è quello di scegliersi un alleato sbagliato. Con il rischio di rimetterci in crescita e sviluppo. Un messaggio che vale anche per l’Europa
L’unione fa la forza e non è solo un modo di dire. In un mondo ostaggio della crisi di Hormuz e appeso ai prezzi dell’energia, l’Italia ne sa qualcosa, scegliere il giusto compagno di viaggio può fare la differenza. L’Europa, poi, da sola può poco nell’immenso gioco di forze tra Stati Uniti e Cina. Per questo, dicono gli economisti di Goldman Sachs, se si vuole parlare di crescita, sviluppo, investimenti, non si può non tener conto dei giusti allineamenti, delle giuste alleanze. Le quali assumo oggi un valore più strategico che mai. Il senso racchiuso delle valutazioni di un esperto in forza alla banca d’affari americana come John Allen, è un po’ tutto qui: il mondo è frammentato, la geopolitica è variopinta. E chi ci può rimettere, alla fine, è proprio il Pil.
“Le alleanze e l’allineamento tra le potenze geopolitiche possono stimolare la crescita economica globale. Al contrario, la frammentazione geopolitica, che mostra segni di aumento, può rappresentare un freno all’attività economica nel lungo periodo”, spiega Allen. “Alcuni indicatori della frammentazione geopolitica ed economica segnalano il livello più basso di allineamento globale dagli anni 80”. Tradotto, le alleanze storiche, i rapporti di amicizia consolidati nel tempo, sono in discussione. E questo è un rischio che può minare i fondamentali dell’economia. Senza dimenticare una certa propensione a cambiare bandiera. “Gli impatti a lungo termine derivanti dal mutare delle alleanze geopolitiche non sono trascurabili”.
Un messaggio che vale anche e soprattutto per l’Europa, i cui rapporti con gli Stati Uniti sono più volte finiti sotto pressione in questi ultimi anni. Ma non bisogna fare passi falsi, avverte Goldman Sachs. Perché “gli eventi di rischio geopolitico includono scontri militari, crisi politiche e incidenti diplomatici”. Passi azzardati da non commettere proprio adesso che la situazione economica globale appare più che mai fluida. “Il prezzo del petrolio potrebbe restare in una fascia compresa tra 80 e 90 dollari al barile finché non arriveranno segnali chiari su un possibile accordo sul nucleare tra Stati Uniti e Iran oppure un’ulteriore escalation del conflitto”, è la previsione della banca d’affari. La quale stima un valore di equilibrio per il Brent intorno agli 80 dollari al barile, ritenendo che i prezzi attuali riflettano solo in parte il premio per il rischio legato alle possibili interruzioni delle forniture di greggio. Tanto vale ricordarsi di chi è amico e chi non lo è.
















