I monopoli tecnologici hanno vita breve, e la sicurezza non si costruisce sul vantaggio del momento ma sulla capacità di generarne di nuovi, il che richiede istituzioni scientifiche libere, adeguatamente finanziate e collegate fra loro. Il professor Uricchio analizza la strategia su scienza e tecnologia degli Usa, usando anche la lente italiana
Per Antonio Uricchio, la National Security Science & Technology Strategy (Nssts) presentata in settimana da Washington, qualifica la leadership scientifica e tecnologica non come uno strumento della sicurezza nazionale, ma come un suo obiettivo autonomo, un national security objective. Il docente, membro del consiglio direttivo dell’Agenzia della Santa Sede per la Valutazione e la Promozione della qualità delle Università e Facoltà Ecclesiastiche e già rettore dell’Università di Bari e presidente dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), spiega che “da questa premessa discende l’intera architettura, che si regge su quattro direttrici: concentrare la competizione tecnologica nei settori in cui gli Stati Uniti dispongono già di un vantaggio, ridurre la vulnerabilità delle filiere critiche, accorciare i tempi che separano la ricerca dall’impiego operativo e proteggere il sistema della ricerca da furto, sviamento e sfruttamento”.
Questa conversazione con Uricchio è parte di un approfondimento che Formiche.net e Decode39 stanno curando – coprendo sfaccettature che vanno dall’ambito militare a quello biotecnologico – su uno dei documenti più profondamente strategici prodotti dall’amministrazione Trump. La preminenza economica e tecnologica è indicata da Washington come il modo più sicuro di prevenire nel lungo periodo un conflitto su larga scala, spiega Uricchio, “il che equivale a dire che la deterrenza non riposa più soltanto sugli arsenali ma sulla capacità di generare conoscenza a un ritmo che l’avversario non riesce a eguagliare”.
Da dove nasce la strategia?
L’impostazione non è nuova. Nel luglio del 1945 Vannevar Bush, che aveva diretto durante la guerra l’Office of Scientific Research and Development, l’ufficio incaricato di coordinare lo sforzo scientifico americano, consegnava al presidente Truman il rapporto “Science, the Endless Frontier”, dal quale sarebbe nata cinque anni più tardi la National Science Foundation, nella lettera di trasmissione scriveva che il progresso scientifico è una delle chiavi essenziali della sicurezza di una nazione. Nello stesso testo osservava che senza progresso scientifico non si sarebbero potute difendere le libertà contro la tirannia, il che dice quanto quella impostazione fosse lontana da una concezione puramente strumentale della ricerca. Cambia semmai l’oggetto da proteggere, perché nel 1945 erano gli armamenti e oggi sono dodici aree di tecnologie critiche ed emergenti, dall’intelligenza artificiale ai semiconduttori fino alla crittografia post-quantistica, per definizione a duplice uso e maturate nei laboratori universitari prima ancora che negli stabilimenti.
Quanto cambia, anche per un Paese come l’Italia, il modo di guardare al proprio sistema nel momento in cui università, ricerca e innovazione entrano sempre più direttamente nella competizione tra potenze?
Per l’Italia il punto non è se questa grammatica securitaria della conoscenza ci riguardi, perché ci riguarda già. La soglia l’abbiamo varcata senza che la questione ricevesse l’attenzione pubblica che meritava, con il decreto legislativo 4 settembre 2024, n. 138, che recepisce la direttiva NIS 2. Quel decreto porta dentro il perimetro le organizzazioni di ricerca e gli enti pubblici di ricerca, e vi fa entrare anche gli atenei che svolgono attività di ricerca, individuati caso per caso dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (Acn) su proposta del ministero dell’Università e della ricerca, divenuto autorità di settore. Rettori, direttori generali e presidenti di enti si trovano così esposti, in caso di violazione degli obblighi, a una responsabilità dirigenziale, disciplinare e amministrativo-contabile. La sicurezza non è più una voce di bilancio delegabile all’ufficio informatico.
Cosa significa e soprattutto cosa comporta?
L’urgenza non dovrebbe tradursi in una compressione della libertà della ricerca. La Costituzione affida alla Repubblica il compito di promuovere la ricerca scientifica e insieme garantisce che la scienza sia libera, e le due previsioni vanno lette l’una accanto all’altra, perché una ricerca sostenuta ma non libera finisce per produrre apparati amministrativi anziché scoperte. L’avvertimento più efficace su questo punto lo ha lasciato il presidente Eisenhower nel discorso di congedo del gennaio 1961, quando osservava che il finanziamento pubblico su commessa rischia di sostituirsi alla curiosità del ricercatore e insieme metteva in guardia dal pericolo opposto, quello di decisori pubblici che si consegnano interamente al giudizio degli esperti. Sono due rischi speculari e si prevengono nello stesso modo, con una valutazione indipendente e con una pluralità di canali di finanziamento.
Come presidente pro tempore dell’Anvur ho sottoscritto con l’Acn un protocollo dal quale è nata la mappatura della ricerca italiana in cybersicurezza. Nasceva da una constatazione elementare, e cioè che nessuno era in grado di dire con precisione quanto e dove il Paese facesse ricerca su questi temi. Conoscere per deliberare, secondo la raccomandazione di Einaudi.
La Nssts cerca un equilibrio tra apertura dell’ecosistema della ricerca e necessità di proteggerlo da interferenze, appropriazione di conoscenze e dipendenze strategiche. Come possono università e centri di ricerca italiani conciliare apertura internazionale e research security senza indebolire la collaborazione scientifica?
Conviene liberarsi dell’equivoco secondo cui gli Stati Uniti starebbero chiudendo il proprio sistema della ricerca. Quello che il documento contesta ad alcuni Paesi non è tanto la sottrazione di un risultato già acquisito, quanto l’uso dell’apertura dei laboratori altrui per arrivare a quel risultato senza sostenerne il costo, risparmiando cioè gli anni di lavoro e le risorse che qualcun altro ha investito. Si tratta di parassitismo più che di spionaggio, e la distinzione conta perché ne discende un rimedio diverso, dal momento che la risposta indicata non è la segretezza ma la trasparenza. Le misure previste sono infatti la dichiarazione, su moduli uniformi, dei conflitti di interesse e di impegno che gravano su ciascun ricercatore, l’istruttoria delle proposte di finanziamento secondo criteri di rischio e le linee guida di cybersicurezza per ricercatori e istituzioni, mentre il divieto vero e proprio resta circoscritto a un elenco definito di soggetti ad alto rischio.
C’è poi un passaggio che da noi viene spesso trascurato, quello in cui la strategia si impegna a proteggere istituzioni e personale, tutelando studenti e professori da reclutamento, spionaggio e influenza indebita. La research security non è soltanto un obbligo che grava sul ricercatore, è anche una tutela che gli si deve. Uno studioso lasciato solo davanti a una proposta di collaborazione opaca rischia di cedere senza avvedersene la titolarità dei propri risultati, di trovarsi coinvolto in un trasferimento di tecnologia soggetto a controllo sulle esportazioni, di dover rispondere domani di un conflitto di interessi che nessuno gli aveva chiesto di dichiarare.
Sul punto l’Europa ha già una sua risposta?
La raccomandazione del Consiglio europeo del maggio 2024 sulla sicurezza della ricerca fissa un criterio chiaro, per cui l’apertura resta la regola e la chiusura è un’eccezione ammessa solo dove il rischio la giustifichi e nella misura in cui lo giustifichi, ed è la formula che in sede europea si riassume come “as open as possible, as closed as necessary”. Fra i principi guida colloca, accanto alla proporzionalità e alla non discriminazione, la libertà accademica e l’autonomia istituzionale, e mette in guardia dal protezionismo e dall’uso politico delle misure di sicurezza.
È una differenza di accento rispetto all’impostazione americana, perché nel nostro ordinamento l’autonomia dell’ateneo non è un ostacolo che la sicurezza debba aggirare, ma uno dei principi in nome dei quali la sicurezza si costruisce. Il Piano Nazionale per la Scienza Aperta nasce in una fase nella quale la priorità era rimuovere le barriere all’accesso e non contiene ancora quella clausola di salvaguardia, il che non ne diminuisce il valore ma segnala un aggiornamento opportuno, da concepire come integrazione e non come ripensamento.
La minaccia è concreta?
Che la minaccia sia concreta lo dicono i numeri dell’Acn per il 2025, con 2.729 eventi cyber trattati, in crescita di circa il 38%, a fronte di 615 incidenti con impatto confermato, cresciuti del 7%, e lo scarto fra le due cifre indica una difesa che nel complesso tiene. Università e ricerca figurano fra i primi quindici comparti colpiti con 165 eventi, mentre i vettori prevalenti restano la posta elettronica, al 40%, e l’uso di credenziali legittime sottratte, al 24%, con campagne la cui qualità è ormai amplificata dall’intelligenza artificiale.
L’intelligenza artificiale, del resto, sta su entrambi i lati del tavolo, perché amplifica l’attacco ed è a sua volta bersaglio, dal momento che un modello addestrato su dati manipolati restituisce risultati falsi senza che l’errore risulti visibile, e in un laboratorio questo non è un disservizio, ma un’alterazione della catena della conoscenza. Andrebbe considerato anche il fenomeno che gli specialisti chiamano “store now, decrypt later”, per cui un dato esfiltrato oggi potrà essere decifrato quando i calcolatori quantistici saranno operativi, entro dieci o quindici anni, mentre la tabella di marcia europea fissa al 2030 la migrazione dei casi d’uso ad alto rischio verso la crittografia post-quantistica. La scelta su che cosa aprire va dunque compiuta guardando a un orizzonte che non coincide con la durata del progetto.
Il principio di fondo resta quello formulato da Robert Merton nel 1942, mentre la scienza europea era sottoposta alla pressione dei totalitarismi, secondo cui i risultati della ricerca sono frutto di una collaborazione e appartengono alla comunità, mentre la segretezza ne rappresenta l’opposto. Vale ancora, purché la comunità cui i risultati vengono affidati sia effettivamente una Comunità scientifica. Verificarlo è un compito che non si esaurisce in elenchi di Paesi e richiede piuttosto una conoscenza approfondita dei partner, procedure proporzionate e personale adeguatamente formato.
Washington considera le capacità scientifiche e tecnologiche degli alleati un “force multiplier”. Se anche la ricerca diventa parte dell’architettura strategica transatlantica, quali sono i punti di forza che l’Italia può mettere sul tavolo e quali le criticità che rischiano di limitarne il peso?
La formula va letta per intero, perché accanto al force multiplier la strategia prevede l’impegno a condurre alleati e partner verso pratiche altrettanto rigorose in materia di sicurezza della ricerca. Il moltiplicatore, in altri termini, ha un prezzo di ammissione, e il prezzo consiste nell’allineamento degli standard.
Le credenziali non ci mancano. Il Rapporto Anvur 2026 documenta un impatto citazionale normalizzato per area disciplinare pari a 1,37, superiore a quello di Stati Uniti, Germania e Francia e ben oltre la media europea, con il 3,8% della produzione mondiale che cresce del 3,6% l’anno, il ritmo più alto fra i grandi Paesi europei. In Horizon Europe le università italiane assorbono il 39,3% delle risorse nazionali, più della media europea e più della Germania, e la quota italiana di Starting Grant dell’ERC è salita dal 5,7% al 9,1%, segno che la generazione giovane regge il confronto. Due ambiti si saldano poi direttamente all’elenco americano delle tecnologie critiche, lo spazio, cui destiniamo il 13,8% della spesa pubblica in ricerca, la quota più alta fra i grandi Paesi europei e più del triplo di quella tedesca, e la cybersicurezza, dove il TeamItaly ha vinto la European Cyber Security Challenge 2025 e il laboratorio nazionale del CINI federa quasi seicento fra professori e ricercatori di cinquantasette atenei e istituti.
Le criticità?
Non vanno taciute. La spesa in ricerca e sviluppo è ferma all’1,37% del prodotto interno lordo, in calo, e ci colloca venticinquesimi su trentaquattro Paesi Ocse, alla pari con la Turchia, contro una media del 2,69%. Pesa ancora di più il fatto che soltanto l’1,9% della spesa pubblica finanzi ricerca non orientata, il valore più basso fra tutti i Paesi considerati, contro il 17,6% della media Ocse e il 26,3% della Francia, proprio mentre la strategia americana chiede al proprio governo di farsi carico della ricerca fondamentale là dove manca l’incentivo commerciale. Le rotture di paradigma nascono lì, e senza quel tipo di investimento rischiamo di essere considerati fornitori di applicazioni più che partner di frontiera.
La capacità di trattenere è un’altra delle criticità?
Nell’ultima tornata di Advanced Grant, l’Italia è terza per nazionalità dei vincitori, con trentanove ricercatori, e settima per istituzioni ospitanti, che si fermano a diciannove, e la distanza fra le due cifre misura con precisione il problema, perché non ci mancano gli scienziati, ci manca la capacità del sistema di accoglierli. Lo confermano i dottorandi internazionali, fermi al 13,8% contro il 28,3% della media Ocse, e il fatto che oltre il 60% degli assegnisti della coorte 2018 fosse uscito dal sistema entro il 2024. Non è solo un problema italiano, e il Rapporto Draghi resta la diagnosi più lucida quando parla di un bacino di talenti impoverito dal brain drain, ricorda che produciamo circa 850 laureati Stem per milione di abitanti contro oltre 1.100 negli Stati Uniti e che il Pathfinder europeo dispone di 256 milioni contro i 4,1 miliardi di dollari della Darpa. Di qui la middle technology trap, la trappola delle tecnologie di mezzo, che descrive un continente forte nei settori maturi e assente in quelli dirompenti, cui si aggiunge il fatto che il flusso dei cervelli ha ormai una terza direzione, verso Pechino.
E dunque, come intervenire?
Sarebbe forse opportuno pensare a una specializzazione dichiarata su tre o quattro domini in cui abbiamo massa critica e non velleità, e i candidati naturali sono lo spazio, le tecnologie quantistiche, la biomedicina e la componentistica avanzata. Servirebbe poi un’infrastruttura nazionale di calcolo e di dati insieme aperta e certificata, perché senza sovranità infrastrutturale la collaborazione diventa dipendenza, e un sistema di sicurezza della ricerca proporzionato e uniforme, con uffici dedicati negli atenei, verifiche sui partner e formazione per chi gestisce progetti. Resta il capitolo della leadership accademica ai tavoli strategici, dove il lavoro avviato dal Centro Alti Studi per la Difesa con il mondo universitario vale più della formazione che eroga, perché costruisce un linguaggio comune fra chi produce conoscenza e chi risponde della sicurezza dello Stato.
Nel discorso tenuto all’Università di Zurigo il 19 settembre 1946, Winston Churchill invitava gli europei a costruire una sorta di Stati Uniti d’Europa e osservava che il continente viveva allora sotto la protezione dell’arma atomica, che era nelle mani di una sola nazione, avvertendo però che nel giro di pochi anni quel mezzo di distruzione si sarebbe diffuso. La previsione si avverò nell’agosto del 1949, con il primo esperimento nucleare sovietico. I monopoli tecnologici, insomma, hanno vita breve, e la sicurezza non si costruisce sul vantaggio del momento ma sulla capacità di generarne di nuovi, il che richiede istituzioni scientifiche libere, adeguatamente finanziate e collegate fra loro.
















