Al Meeting di Rimini, Salesiani e Fondazione VIS-ETS hanno illustrato un modello di mobilità internazionale che coniuga formazione, lavoro e sviluppo. Un percorso tra Africa ed Europa che valorizza le competenze, rafforza i territori e supera le contrapposizioni nel dibattito sulle migrazioni
“Come esperti delle discipline sociali e come cristiani (…) siete chiamati (…) a svolgere un ruolo di mediazione e di dialogo tra ideali e realtà concrete. Un ruolo che talvolta è anche di ‘pionieri’, perché (…) è chiesto di indicare nuove piste e nuove soluzioni per affrontare in modo più equo gli scottanti problemi del mondo contemporaneo”. Attraverso queste parole di San Giovanni Paolo II, pronunciate 22 anni fa in occasione della 44ma Settimana Sociale dei Cattolici in Italia, è possibile esaminare il modello di intervento dei Salesiani di Don Bosco e della Fondazione VIS-ETS per l’integrazione socio-professionale di cittadini di Paesi terzi in Italia.
In particolare, nell’ambito dell’ultima edizione (la 47ma) del Meeting per l’amicizia fra i popoli, all’interno dell’area internazionale gestita dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, come Askanews, abbiamo avuto modo di partecipare alla presentazione di un progetto di mobilità internazionale, che non sottrae risorse ai Paesi di origine, ma li rafforza (in primis, i rispettivi sistemi scuola-lavoro e sistemi produttivi locali), rispondendo al tempo stesso ai fabbisogni reali del nostro mercato del lavoro europeo. Si tratta di un’iniziativa di cooperazione innovativa – che lavora in Italia e in Africa mediante partenariati strategici con attori istituzionali, aziende, associazioni di categoria e piattaforme della società civile – coerente con il quadro comunitario di riferimento e il Piano Mattei; di straordinaria attualità, viste le migliaia di giovani africani che ogni anno lasciano i propri Paesi e le difficoltà di reperimento di profili tecnici e qualificati, meglio di competenze, denunciate dal nostro tessuto produttivo. Soprattutto, si contraddistingue perché, valorizzando l’approccio salesiano, “prende in considerazione la persona come protagonista di un cammino completo nei Paesi di origine e di destinazione (…) la lascia libera di scegliere il proprio percorso (rimanere o partire): formazione, upskilling, esperienza internazionale, inserimento socio-professionale e, quando previsto, rientro con competenze spendibili nel proprio territorio”.
Il dialogo tra i principali attori di siffatta esperienza sul campo è andato ben oltre quella narrazione dicotomica “securitaria/paternalistica” che troppe volte caratterizza il dibattito pubblico in tema di politiche migratorie e di sviluppo. Infatti, ha messo al centro un’alleanza territoriale – la rete dei “Vocational Cluster” – che, composta da più soggetti (istituzionali e non), opera tra domanda e offerta di lavoro su entrambe le sponde con un forte radicamento locale in Africa come in Italia, offrendo servizi pre-partenza e post-arrivo insieme a percorsi di mobilità circolare per profili medio-alti.
Siamo grati alla Fondazione VIS-ETS per aver promosso, insieme al Maeci, questo appuntamento che ha approfondito un modello originale di formazione senza frontiere, “dal sistema alla persona, dall’Europa all’Africa, dalla proposta alla testimonianza”. Nei singoli interventi sono emerse idee e proposte concrete, tracce di risposte integrate, che meritano di essere ulteriormente raccontate. Ad ogni modo, ha trovato conferma, durante l’incontro, l’importanza di (formare e) poter contare su “pionieri coraggiosi” di un nuovo umanesimo nel contesto della rivoluzione digitale, “di cui il continente africano conosce bene non soltanto gli aspetti ammalianti, ma anche il lato oscuro delle devastazioni ambientali e sociali procurate dall’affannosa ricerca di materie prime e terre rare” (Leone XIV).
















