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Dopo il solare, gli appalti. La strategia europea per affrancarsi dalla Cina

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Il pensiero che vuole un’Europa libera dalle catene cinesi, sotto forma di prodotti a basso costo e forniture di minerali, sta lentamente diventando azione. Dopo l’estromissione del Dragone dal fotovoltaico, ora Bruxelles è pronta a mettere mano alle gare. Con un occhio al riarmo

La macchina si è messa in movimento e sarà molto difficile da ora in poi tornare indietro. L’Europa è pronta a fare a meno di certa concorrenza cinese, quella più velenosa, tossica, distorsiva. Quella, per intendersi, che ha contribuito a mandare a gambe all’aria l’industria automobilistica tedesca, contribuendo con ogni probabilità al proliferare di quei germi evolutesi poi nel risentimento della classe operaia (ma anche degli imprenditori ormai in rotta di collisione con Berlino) che ha fatto da carburante all’affermazione della destra estrema alle elezioni in Sassonia. Il 2026 sarà ricordato come l’anno del made in Europe, il pensiero pan-continentale che punta a rimettere al centro del villaggio la manifattura europea, per troppo tempo schiava di quella cinese. Un cambiamento difficile, che richiede tempo e non privo di rischi, visto che bisognerà spiegare alle imprese perché comprare europeo è meglio, seppur più costoso.

Ora, come questo giornale va raccontando da tempo, entro la fine del prossimo autunno Bruxelles si aspetta da Pechino un chiaro segnale nella direzione di un ripianamento del deficit commerciale di 360 miliardi che grava sull’Europa. Misure, cioé, che riequilibrino la bilancia commerciale, consentendo alle aziende del Vecchio continente di vendere in Cina quasi quanto quelle cinesi vendono in Europa. Nell’attesa di un cenno da parte del Dragone però, l’Ue va avanti spedita per la propria strada, cominciando a recidere i primi legami con l’ex Celeste impero. Su tutti vale il caso degli appalti, che presto  cambieranno volto, stando alla bozza del Public Procurement Act, il nuovo regolamento che la Commissione europea presenterà tra poche ore. La svolta è netta rispetto al passato: ad esempio, i contratti pubblici dovranno essere assegnati di regola sulla base del miglior rapporto qualità-prezzo, abbandonando il paradigma del prezzo più basso, che quasi sempre risponde a fornitori cinesi. Viene infatti introdotto un meccanismo rigido denominato comply or explain e si stabilisce un peso minimo del 30% per i criteri di qualità, quali sostenibilità, innovazione, sicurezza.

Sebbene non venga menzionata esplicitamente, la Cina è chiaramente il bersaglio del progetto di legge, che potrebbe ancora subire modifiche prima della sua pubblicazione ufficiale. Bruxelles ha ripetutamente accusato Pechino di danneggiare le aziende dell’Ue attraverso sussidi sleali alle imprese cinesi e ha condannato le restrizioni all’esportazione di minerali critici, la cui produzione è dominata dalla Cina. “In un contesto geopolitico caratterizzato da una concorrenza sempre più intensa, vulnerabilità delle catene di approvvigionamento e strumentalizzazione delle dipendenze economiche, il modo in cui gli acquirenti pubblici spendono denaro è diventato una questione di rilevanza strategica”, si legge nella proposta, che aggiunge che gli appalti pubblici rappresentano circa il 15% del Pil dell’Ue.

Con un altro velato riferimento alla Cina, la proposta prevede inoltre che i governi obblighino gli offerenti a spiegare i loro prezzi bassi qualora siano significativamente inferiori a quelli degli altri partecipanti alla gara. Una mossa che sembra preoccupare la stessa Cina, come dimostra un editoriale pubblicato sul Global Times, il giornale del partito comunista, decisamente critico con il crescente movimento anti-Cina in Europa. Ma forse è proprio quello che Bruxelles vuole, costringere Pechino a scendere a patti. Discorso, quello degli appalti che, tornando al cuore del made in Europe, chiama in causa un’altra gamba del piano europeo di sganciamento dalla Cina: il fotovoltaico. Troppo spesso, infatti, le imprese che vogliono poter accedere agli incentivi previsti per la transizione, decidono di installare moduli solari made in China, semplicemente perché costano meno. Ma non è sempre un buon affare, perché la qualità di quelli prodotti in Ue è nettamente superiore. Ora, l’Italia da tempo ha escluso tali moduli dai sussidi per la transizione, dando adito a un dibattito sia mediatico, sia politico. Ma l’orientamento è quello, in sintonia con quello comunitario.

Attenzione, c’è anche la Difesa nel novero delle connessioni con la Cina. L’Europa accelera sul riarmo, è vero, ma una parte essenziale della catena industriale che dovrebbe sostenere l’aumento della produzione militare resta ancora saldamente nelle mani della Cina. Terre rare, gallio, germanio, grafite, antimonio, tungsteno, magneti permanenti e altri materiali critici sono componenti poco visibili, ma indispensabili per radar, missili, droni, sistemi di guida, sensori, satelliti, propulsione e munizionamento avanzato. Il nodo è emerso con forza al vertice G7 di giugno di Evian-les-Bains, in Francia, dove i leader di Francia, Germania, Regno unito, Italia, Stati uniti, Canada e Giappone hanno firmato una dichiarazione sulla sicurezza delle catene di approvvigionamento dei minerali critici.

Senza nominare direttamente Pechino, il documento impegna i paesi del G7 a ridurre in modo significativo la dipendenza da un singolo fornitore esterno al gruppo per terre rare e magneti permanenti, portandola sotto il 60% entro il 2030, con l’obiettivo di arrivare al 50 per cento il prima possibile. Anche qui, però la strada è in salita, con tutta la consapevolezza del ministero della Difesa italiano, guidato da Guido Crosetto. Il quale però, come rivelato dal Messaggero, vorrebbe strutturare un piano per creare un circuito di approvvigionamento di materiali critici tutto europeo. Senza, dunque, la Cina. Si vedrà.


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