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AI, dialogo senza convergenza. Carrai spiega cosa possono davvero ottenere Usa e Cina

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Mentre Trump e Xi si preparano a incontrarsi alla Casa Bianca, Washington e Pechino stanno esplorando un meccanismo per gestire gli incidenti legati all’IA prima che si intensifichino. Maria Adele Carrai di Oxford spiega perché questo potrebbe essere importante per la governance globale dell’IA, senza porre fine alla competizione strategica tra le due potenze

Mentre tutto è pronto per il vertice alla Casa Bianca tra Donald Trump e Xi Jinping, Stati Uniti e Cina stanno provando a costruire un canale di comunicazione sull’intelligenza artificiale proprio mentre l’AI diventa uno dei terreni più sensibili della loro competizione strategica. Nei colloqui di New York, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng hanno discusso la possibilità di creare un meccanismo di notifica attraverso il quale Washington e Pechino possano avvertirsi quando un incidente legato all’AI raggiunga una soglia tale da coinvolgere la sicurezza nazionale. Non una tregua nella corsa tecnologica, né un compromesso sugli export controls americani, ma un possibile strumento per evitare che un incidente, un comportamento autonomo di un sistema o l’azione di un attore terzo vengano interpretati come un atto ostile, innescando una crisi tra le due potenze.

Cosa possiamo realisticamente aspettarci da questo dialogo? Su quali aspetti può esistere uno spazio concreto di cooperazione e dove, invece, gli interessi di Washington e Pechino appaiono difficilmente conciliabili? “Credo che la prima cosa sia non confondere dialogo con convergenza”.

A ragionare con Formiche.net su quanto spazio esista realmente per una simile forma di cooperazione e quali conseguenze potrebbe avere sulla governance globale dell’intelligenza artificiale, è Maria Adele Carrai, Associate Professor presso il Department of Politics and International Relations e l’Oxford School of Global and Area Studies (OSGA) dell’Università di Oxford e Fellow di St Cross College. Carrai studia da anni il rapporto tra l’ascesa della Cina e la trasformazione delle norme e delle istituzioni internazionali. È autrice di China’s Normative Power in Cyberspace: The Contested Making of Global Digital Governance, in uscita per Routledge, un volume dedicato proprio al modo in cui Pechino cerca di influenzare standard e governance digitale globale e a come queste norme vengano negoziate, adattate o contestate dagli altri Paesi.

“Stati Uniti e Cina continueranno a considerare l’intelligenza artificiale come una tecnologia strategica – spiega Carrai – strettamente legata alla sicurezza nazionale, alla competitività economica e, sempre di più, alla capacità di esercitare potere internazionale. Proprio per questo, però, hanno anche un interesse comune a evitare che la competizione produca incidenti o dinamiche di escalation che nessuna delle due parti riesca più a controllare”.

Il meccanismo di dialogo proposto è interessante soprattutto in questa prospettiva? “L’idea di creare un sistema di notifica per incidenti legati all’AI che raggiungano una soglia di sicurezza nazionale ricorda, per certi aspetti, la logica dei meccanismi di gestione del rischio sviluppati durante la Guerra Fredda, dove l’obiettivo non era eliminare la competizione, ma renderla più prevedibile ed evitare catastrofi”. Il risultato più realistico? ”Almeno inizialmente, non è un grande accordo sulla governance dell’intelligenza artificiale, ma la costruzione di procedure minime di comunicazione e trasparenza”.

La docente di Oxford nota comunque che ci sono alcuni ambiti nei quali gli interessi possono effettivamente sovrapporsi: incidenti causati da sistemi avanzati, perdita di controllo su modelli particolarmente potenti, utilizzo dell’AI da parte di attori non statali, cyberattacchi, rischi biologici e possibili conseguenze per infrastrutture critiche. Sono problemi nei quali la vulnerabilità è, almeno in parte, reciproca. “In questi settori può emergere una sorta di cooperazione competitiva, dove Washington e Pechino non devono condividere la stessa visione politica dell’AI per riconoscere che esistono alcuni rischi che entrambe hanno interesse a contenere”.

Per Carrai, “molto più difficile sarà trovare un terreno comune quando si passa dalla gestione del rischio alla distribuzione del potere”. Perché? “Semiconduttori avanzati, capacità di calcolo, controlli alle esportazioni, accesso ai modelli, standard tecnologici, proprietà intellettuale e applicazioni militari dell’AI sono direttamente collegati alla competizione strategica. Qui non stiamo parlando semplicemente di due differenti modelli regolatori, ma di una competizione per stabilire chi controllerà infrastrutture e capacità tecnologiche decisive”.

E dunque, “per questo vedrei il dialogo non come l’inizio di una governance condivisa dell’AI, ma come un tentativo di costruire guardrail all’interno di una competizione destinata a continuare. E anche questo, se funzionasse, sarebbe un risultato importante”.

Se questo dialogo diventasse un canale stabile e non soltanto una misura simbolica di confidence-building, quali potrebbero essere le conseguenze per la governance globale dell’AI? Stati Uniti e Cina potrebbero arrivare a definire alcune intese condivise — per esempio sulla sicurezza dell’AI, sulle applicazioni militari o su possibili red lines — capaci poi di influenzare le regole del gioco anche per gli altri? E, in questo scenario, quale spazio rimarrebbe per l’Europa e per gli altri attori che ambiscono a contribuire alla definizione degli standard globali?

“Un dialogo stabile tra Stati Uniti e Cina – risponde Carrai – avrebbe conseguenze che vanno molto oltre il rapporto bilaterale, perché entrambi stanno cercando non soltanto di sviluppare le tecnologie più avanzate, ma anche di influenzare le norme, gli standard e le istituzioni attraverso cui l’intelligenza artificiale sarà governata globalmente”.

Il rischio è che emerga una governance dell’AI sempre più frammentata, organizzata attorno a ecosistemi tecnologici e normativi concorrenti. “Ma non credo che dovremmo immaginare semplicemente due blocchi chiusi, uno americano e uno cinese. Come ho cercato di mostrare nel mio lavoro sulla capacità normativa della Cina nel cyberspace, le norme non vengono semplicemente esportate da una grande potenza e adottate passivamente altrove. Vengono negoziate, adattate, contestate e trasformate dai Paesi che le ricevono”.

Questo sarà ancora più evidente nell’AI. Europa, Paesi del Sud globale e potenze medie non sono soltanto spettatori della competizione sino-americana. “Avranno proprie preferenze sulla sovranità dei dati, sull’accesso alla tecnologia, sull’open source, sulla sicurezza e sul rapporto tra innovazione e regolamentazione. La governance globale che emergerà sarà quindi probabilmente molto più plurale e negoziata di quanto suggerisca una semplice contrapposizione Washington-Pechino”.

Allo stesso tempo, spiega Carrai, un dialogo stabile tra le due maggiori potenze dell’AI potrebbe produrre un nucleo minimo di principi condivisi su rischi estremi, incidenti e comunicazione di crisi. “Storicamente, regimi internazionali possono nascere anche tra potenze che rimangono profondamente antagoniste quando entrambe riconoscono che l’assenza totale di regole comporta costi e rischi eccessivi”.

È importante chiedersi se le due potenze riusciranno a trasformare una competizione potenzialmente destabilizzante in una competizione almeno parzialmente governata, allora. “Da questo punto di vista, il valore del nuovo dialogo potrebbe essere meno negli accordi immediati che nella creazione di un linguaggio, di procedure e, nel tempo, forse di norme minime condivise per gestire una tecnologia che nessuno Stato, da solo, sarà in grado di governare”.


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