Le prossime elezioni in Francia, Spagna e Germania potrebbero ridisegnare gli equilibri europei. Ma per l’ex ministro Mario Mauro l’avanzata delle destre non porterà a una frenata dell’Ue: al contrario, potrebbe accelerarne l’integrazione sui grandi dossier strategici
Siamo a cavallo di anni elettoralmente significativi per i destini di alcuni Paesi e anche delle politiche esterne Ue? In Spagna potrebbe vincere il centrodestra sul modello italiano, in Francia tutti i sondaggi danno per finito il macronismo e come vincente Marine Le Pen, in Germania la Cdu è in crisi e potrebbe esserci un cambio soprattutto di policies, visti i numeri in progresso dell’ultradestra di AfD. Formiche.net lo ha chiesto all’ex ministro della difesa Mario Mauro, già vicepresidente del Parlamento europeo, attualmente coordinatore Ue per i corridoi di trasporto del Baltico, del Mar Nero e dell’Egeo, impegnato in questi giorni a Madrid in occasione della conferenza sui trasporti. “I risultati elettorali – spiega l’esponente popolare – potranno accelerare la decisione di essere più coesi per far fronte a queste sfide così grandi”.

Che cosa sta per cambiare in Ue?
Dipende cosa intendiamo per politiche esterne. Se per politiche esterne intendiamo le strategie già unificate, quindi la politica del commercio internazionale dell’Unione europea, che è l’unica in cui poi realmente l’Unione europea ha competenza, l’unico ambito in cui esiste il famoso numero unico dell’Europa di cui parlava Kissinger, allora non solo questi risultati influiranno, ma da questo punto di vista, se c’è uno a cui spetterebbe il titolo di europeo dell’anno è Trump.
In che senso?
Ha ottenuto in pochissimi mesi, quasi in poche settimane, quello che le cancellerie dei Paesi membri non sono riuscite a fare per 25 anni, il caso più eclatante è il Mercosur: la paura di ciò che stava accadendo nella relazione transatlantica ha spinto l’Europa a fare in poche settimane ciò che non era riuscito a fare in anni, quindi non solo il Mercosur, ma anche il Giappone, l’Australia, la Corea, l’Indonesia. Vedo una accelerazione sulla capacità europea di proporsi in una chiave di autonomia strategica come un player globale, laddove le istituzioni comunitarie hanno competenza esclusiva. Se viceversa parliamo di questioni forse ancora più delicate, ma sulle quali la competenza dell’Unione è mutuata attraverso la prerogativa degli Stati membri, ad esempio la politica estera e di difesa, non basteranno i risultati elettorali per modificare questa impasse, perché essa potrà essere legata a quei risultati elettorali solo se questi risultati esprimeranno una nuova volontà politica. Quante volte abbiamo sentito dire la stessa Meloni ‘io non sono contro l’Europa, ma io voglio cambiare l’Europa’. E se è così bisogna sempre pensare che cambiare l’Europa o modificare i trattati non è semplicemente una petizione di principio. Vuol dire incidere nella carne viva degli accordi che fanno sì che oggi l’Europa si occupa di tantissime cose ma forse non delle più necessarie.
Crede che i nuovi governi che ci saranno potranno cambiare alcune politiche o alcune sensibilità su temi strategici come difesa, green, industria?
Dobbiamo sempre provare a leggere i diversi scenari: se parliamo degli scenari di politica estera e di difesa, mi preme sottolineare quasi sommessamente che nelle scorse settimane si è verificato un fatto notevole, cioè il Presidente forse oggi più criticato e più in difficoltà sullo scenario europeo, cioè Macron, ha fatto una riunione all’Eliseo dopo la quale i suoi oppositori più irriducibili, nonché candidati a una possibile vittoria alle prossime elezioni, vale a dire i leader dell’Assemblea nazionale Le Pen e Bardella, hanno dato alle stampe un comunicato per la prima volta durissimo, nei confronti di chi tenta di influenzare o di muovere attacchi ibridi alla Francia e segnatamente hanno parlato per la prima volta della Russia. Quindi, se la domanda è, i nuovi risultati elettorali potranno influenzare anche questo livello di diciamo postura strategica, io non solo credo di no, ma credo invece che accelereranno la decisione che è ormai di molti Paesi membri dell’Unione europea e nel complesso di tutta l’Unione europea di essere più coesi per far fronte a queste sfide così grandi.
Se invece parliamo delle questioni interne all’Unione europea?
Qui stanno succedendo due cose: una crisi che credo irreversibile nel modo di proporsi delle sinistre europee, che porterà quelle stesse sinistre a riconsiderare certi temi perché sono argomenti che presidiano il rapporto con le classi lavoratrici; in secondo luogo sul piano della proiezione industriale il cambio della guardia delle policies come lei citava poc’anzi di un Paese come la Germania sarà determinante. Vale a dire la necessità di differire nel tempo certi target proposti dalla Commissione europea o addirittura, come si capisce attraverso le riforme interne della stessa Commissione europea, il fatto che quella Commissione cerchi sempre di più un incontro con il mondo della produzione. Questo sì, inevitabilmente, avrà conseguenze e quelle conseguenze le leggeremo anche sul piano politico.
Questa Commissione europea è retta dalla maggioranza Ursula: ma ad ogni tornata elettorale quell’alchimia si assottiglia?
Sì, soprattutto perché si assottigliano i consensi della componente socialista e sempre più c’è un gioco di sponda tra popolari e conservatori all’interno del Parlamento europeo. E questo, man mano che cresceranno i numeri di queste rappresentanze anche nel Consiglio europeo, sarà sempre più la prospettiva del futuro.
Il prossimo anno per esempio, potremmo avere i socialisti non più presenti in Francia e in Spagna. Quale potrà essere la riflessione da fare in seno alla Commissione?
Questo tema avrà conseguenze rilevantissime sui temi migratori, sul tema Ue, sul tema degli attacchi ibridi da parte di mezzo mondo. Quindi io immagino un nuovo scenario politico se dovessero vincere i popolari in Spagna e addirittura esserci un cambio della guardia che favorisca un partito chiaramente di destra come la formazione della Le Pen in Francia. Ma mentre sul lato spagnolo i popolari non hanno mai messo in discussione la costruzione europea, quale sia il vero sentimento del RN non è ancora dato con chiarezza di capire. Questo per forza di cose impatterà anche il livello della relazione storica, strategica ed esclusiva tra Francia e Germania e si ripercuoterà nella logica delle relazioni con le istituzioni europee in quanto tali, dove per istituzioni europee intendo la Commissione, il Parlamento, il Consiglio e anche nei rapporti con quelle che noi consideriamo istituzioni quasi accessorie. Non è stato così sempre, anche per governi con una tendenza a destra anche molto meno forte, basti pensare a tutte le polemiche che hanno sempre accompagnato i vari governi Berlusconi in vent’anni.
Che idea di Europa hanno queste forze politiche che con molta probabilità si aggiudicheranno le prossime tornate elettorali?
L’Europa va intesa nel suo complesso, come organizzazione multilaterale che si è a lungo anche interrogata sul fatto di diventare una potenza globale: dire che le cose saranno come prima sarebbe un errore e vorrebbe dire sottovalutare quello che tali forze politiche hanno sempre detto e ancor di più quello che dice un partito come AfD in Germania. Inoltre vorrebbe dire non interrogarsi seriamente sui difetti della costruzione europea, cioè su quegli aspetti che nel tempo hanno eroso il consenso di questa costruzione, alimentando da un lato le critiche nei confronti della mancanza di democrazia del processo decisionale europeo e, dall’altro, le critiche alla mancanza di efficacia: si può performare in economia essendo il più grande e importante mercato del mondo ma se poi si resta inermi rispetto all’approccio di altre realtà come la Cina o alla politica di reazione che è sviluppata attraverso i dazi di Trump, questo dovrebbe portare a tirare delle conseguenze.
L’Ue nel suo complesso, quindi, rischia?
Io non credo che il cambio della guardia in alcuni di questi Paesi europei possa essere letale per il progetto europeo, credo invece che possa costituire l’occasione per accelerare. Se qualcuna di quelle forze politiche dovesse concepire la propria vittoria come un momento traumatico nel quale distruggere ciò che si è costruito in tanti decenni, evidentemente le conseguenze di questa strategia sarebbero molto gravi. Da questo punto di vista l’unico esempio che noi abbiamo davanti è la Brexit. Non vedo entusiasmo di quella scelta nel panorama della politica britannica, perché chi può parla contro e chi non può, perché l’ha sostenuta quella scelta, semplicemente non ne parla più.
















