La nuova legge elettorale, le strategie di Meloni e il ritorno della ragion di Stato. Il politologo Lorenzo Castellani, autore di “Riserva di carica”, analizza gli equilibri della politica italiana e le sfide del potere nell’era delle emergenze. Dalla flessibilità del nuovo sistema di voto al ruolo dei leader, fino al rischio che la necessità di decidere finisca per comprimere i vincoli dello Stato di diritto. La sfida, per le democrazie europee, sarà conciliare sicurezza, capacità d’azione e limiti al potere
C’è una politica che cerca di darsi nuove regole e un’altra che, quando le regole non bastano più, rivendica il diritto di superarle. È dentro questa tensione che si muove il dibattito italiano sulla legge elettorale, ma anche una trasformazione più profonda degli equilibri di potere. Il voto sulla nuova architettura elettorale riapre la partita delle alleanze, ridisegna le convenienze dei leader e lascia sullo sfondo la questione decisiva: quanto contano le regole quando la politica deve misurarsi con emergenze economiche, guerre e instabilità internazionale? Per Lorenzo Castellani, politologo e docente alla Luiss, la nuova legge elettorale non va letta soltanto come uno strumento per stabilire chi governerà. È anche il prodotto di un’impasse istituzionale più ampia, nella quale l’incapacità di realizzare riforme strutturali spinge a intervenire sui meccanismi del consenso. Una riflessione che si salda ai temi del suo ultimo libro, Riserva di carica. La ragion di Stato e il fondamento del potere, pubblicato da Liberilibri: un’indagine sul ritorno della necessità politica e sul rischio che l’eccezione diventi la nuova normalità.
Castellani, partiamo dalla legge elettorale. È una riforma capace di dare stabilità al sistema oppure è possibile che si rivelerà controproducente come sostiene l’opposizione?
Non sono negativo sul nuovo impianto. È una legge elettorale flessibile: se uno dei due poli arriva al 42%, può garantire un vincitore con una maggioranza stabile; se invece non emerge una maggioranza dalle urne, resta spazio per gli accordi parlamentari. Non è necessariamente un difetto. Il sistema lascia aperti diversi scenari e non impone un esito predeterminato.
Le critiche riguardano anche la parità di genere e il rischio di una legge costruita su misura per il centrodestra. Sono obiezioni fondate?
Non condivido la critica sulla parità di genere: la previsione consente di avere metà dei capilista uomini e metà donne. Quanto al centrodestra, non credo sia una legge confezionata per favorirlo. La dinamica delle coalizioni sarebbe stata presente anche con la legge precedente. E il premio può andare anche al centrosinistra, se sarà quest’ultimo a conquistare le condizioni per ottenerlo. Non vedo, quindi, un meccanismo che assegni in partenza la vittoria a una parte.
La partita sembra comunque ruotare intorno a Giorgia Meloni. Che cosa ci dice questa riforma sul suo ruolo nel centrodestra?
Il messaggio è chiaro: Meloni è la leader riconosciuta del centrodestra. Dopo quattro anni di governo, e nonostante la sconfitta al referendum sulla giustizia, conserva una presa politica che non era scontata. La legge le offre margini per valutare le diverse opzioni: decidere se aprire a Roberto Vannacci, capire quali equilibri si determineranno nel campo avversario e osservare come si muoveranno gli altri protagonisti. Non è costretta a sciogliere subito tutti i nodi.
Vannacci, alla luce di questa nuova legge elettorale, che ruolo assume?
Bisogna capire se quel 6-7% sia una quota destinata a crescere oppure un consenso che, pur non aumentando, può risultare decisivo per vincere. Se Fratelli d’Italia resta intorno al 27%, la gestione di Vannacci non è necessariamente difficile. Se invece la sua crescita dovesse arrestarsi, Meloni avrebbe maggiore libertà di scelta: potrebbe decidere più agevolmente se tenerlo dentro la coalizione o lasciarlo fuori. Molto dipenderà anche da ciò che accadrà dall’altra parte.
In che senso?
Se il riferimento del centrosinistra dovesse diventare Giuseppe Conte, si aprirebbe una dinamica interessante anche sul piano delle relazioni internazionali e della collocazione politica. Conte e Vannacci hanno entrambi posizioni che possono essere definite filorusse, pur partendo da percorsi e culture differenti. Questo potrebbe rendere meno semplice per il centrosinistra trasformare la politica estera in una linea di divisione netta rispetto al centrodestra. E al contempo Conte sdoganerebbe Vannacci all’interno di un’eventuale coalizione di governo di centrodestra.
Secondo lei con l’approvazione della legge elettorale si è allungata la legislatura?
È possibile che sposti in avanti la prospettiva della fine della legislatura. Ma non bisogna attribuire tutto alla legge elettorale. Le variabili decisive saranno l’andamento dell’economia, l’inflazione e le condizioni internazionali. Un governo può avere una maggiore convenienza a proseguire il proprio percorso, ma deve fare i conti con la realtà economica e con gli eventi esterni.
Dal confronto elettorale al quadro internazionale. Nel suo ultimo libro, Riserva di carica. La ragion di Stato e il fondamento del potere, sostiene che stiamo entrando in una fase nella quale il potere politico rivendicherà maggiore libertà d’azione. Che cosa è cambiato?
Per molto tempo abbiamo pensato che la politica potesse essere addomesticata da due forze: da un lato il mercato, dall’altro il sistema dei diritti. L’idea era che la competizione economica e le garanzie giuridiche potessero contenere la discrezionalità dei governanti. Ma il ritorno delle guerre, le pressioni migratorie e le emergenze economiche ed energetiche stanno cambiando il quadro. I governi saranno sempre più portati a utilizzare strumenti eccezionali, a derogare alle prassi ordinarie, a cercare di superare il filtro dei giudici e a ricorrere a una legislazione più assertiva, più direttamente legata alle proprie priorità politiche.
Il rischio è che l’emergenza diventi una giustificazione permanente?
Esattamente. Quando le emergenze si moltiplicano, la tentazione è quella di considerare l’eccezione come una modalità ordinaria di governo. Il potere cerca di liberarsi dai vincoli che rallentano le decisioni e di intervenire con maggiore rapidità. Ma il problema è capire dove si arresti questa discrezionalità. In nome della ragion di Stato si possono assumere decisioni necessarie, ma si può anche concentrare un potere eccessivo nelle mani di chi governa.
Che cosa può impedire questa deriva?
La capacità del leader di autocontrollarsi. Nel libro richiamo figure come Charles de Gaulle e Winston Churchill, che si trovarono a governare in contesti straordinari e dovettero misurarsi con il rapporto tra autorità, responsabilità e necessità politica. Non basta che un leader abbia la possibilità di decidere: conta il modo in cui esercita quel potere, la consapevolezza dei suoi limiti e la capacità di distinguere l’interesse dello Stato dalla convenienza contingente del governo.
Questa nuova stagione può portare i governi a entrare in conflitto anche con le corti costituzionali e con il potere giudiziario?
È uno scenario possibile, e in diversi contesti vediamo già tensioni di questo tipo. In nome dell’eccezionalità dei fenomeni, alcune leadership cercheranno di rivendicare decisioni più forti, anche in contrasto con pronunce delle corti, sostenendo che le procedure ordinarie non siano sufficienti a risolvere i problemi. Il punto è che la ragion di Stato non può diventare una formula magica con cui sottrarsi a ogni controllo. Più aumenta la discrezionalità politica, più diventa importante interrogarsi sui limiti e sulle responsabilità di chi la esercita.
Nel libro la metafora della “riserva di carica” richiama una forza che resta nascosta finché non arriva il momento di utilizzarla. È questa la condizione degli Stati contemporanei?
La metafora indica proprio la capacità dello Stato di attingere a una riserva di potere quando la vita politica ordinaria entra in crisi. La guerra è il fattore che più potentemente attiva questa dimensione, ma non è l’unico. Anche le minacce ibride, gli attacchi alle infrastrutture, le operazioni d’influenza e le crisi della sicurezza possono spingere i governi a rivendicare strumenti straordinari. Il problema è che una riserva pensata per le situazioni eccezionali può finire per essere utilizzata sempre più spesso.
Qual è, allora, la sfida per l’Europa?
Gli europei devono tornare a ragionare anche attraverso queste categorie, senza rimuovere il problema del potere e della sicurezza. Per molto tempo abbiamo pensato che il diritto e le istituzioni fossero sufficienti a governare ogni crisi. Oggi dobbiamo riconoscere che esistono situazioni nelle quali la politica rivendica margini di autonomia più ampi. Ma riconoscere questa realtà non significa rinunciare allo Stato di diritto. La sfida è trovare un equilibrio tra la capacità di decidere e la necessità di impedire che l’eccezione diventi la regola.
















