Il senatore di Italia Viva fa il punto sul nuovo cantiere del centrosinistra dopo la road map dei quattro leader. Dal ruolo di Casa Riformista al superamento dei veti nei confronti di Renzi, Borghi indica nel centro riformista il tassello ancora mancante della coalizione. Sul tavolo anche le priorità programmatiche, il rapporto con l’Europa, la politica estera e le primarie per la leadership. L’obiettivo è costruire un’alternativa a Meloni che sappia coniugare culture politiche diverse e credibilità di governo
Il campo largo prova a darsi una forma, ma il problema resta quello di sempre: tenere insieme identità politiche, ambizioni personali e visioni spesso distanti. La road map fissata da Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni – programma entro novembre, mobilitazione a dicembre e primarie entro febbraio – accelera il cantiere dell’alternativa a Giorgia Meloni. Ma lascia aperta una domanda decisiva: quale spazio per il centro riformista?
È su questo terreno che si muove Italia Viva. Il senatore Enrico Borghi rivendica il ruolo di Casa Riformista, respinge la logica dei veti e indica nel centro politico il tassello mancante della coalizione. Dalla convivenza con M5S e Avs alle priorità programmatiche, fino alla partita delle primarie, la linea è chiara: meno personalismi e più politica.
La nota congiunta di Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni ha impresso un’accelerazione al percorso del campo largo. Italia Viva dove si colloca? Siete parte del progetto o state ancora valutando le condizioni per entrarvi?
In quella stessa nota a cui lei fa riferimento, si dice a chiare lettere che il perimetro della coalizione va aperto a una serie di formazioni centriste e riformiste, tra cui Italia Viva-Casa Riformista. Per cui direi che a questo punto, e mi faccia dire anche finalmente, le chiacchiere stanno a zero e si è definito lo spazio di un nuovo centrosinistra che deve costruire l’alternativa a questo governo di destra. Noi lo abbiamo detto con chiarezza, dall’esito delle europee del 2024: siamo il centro che guarda a sinistra, che vuole rilanciare un paese che la destra ci lascia in ginocchio e che vuole evitare che il prossimo Presidente della Repubblica sia espressione di una destra che vuole modificare il patto costituzionale su cui si reggono le nostre istituzioni, avvicinandoci al trumpismo di una agenda Maga in salsa mediterranea.
M5S e Avs hanno espresso riserve nei confronti di Matteo Renzi e di Italia Viva. Quanto pesa questo veto politico? Si può costruire una coalizione competitiva se alcuni protagonisti continuano a considerare gli altri interlocutori scomodi?
Qui bisogna fare politica. I tempi sono troppo complessi e delicati per permettersi di giocare all’asilo Mariuccia. Sento parlare di “garanzie”, con un curioso lessico leguleio. Ma se ci guardiamo indietro, oltre a trovare mille occasioni di rimprovero reciproco, potremmo scoprire che fu Conte a disarcionare dapprima Salvini – quando guidava il governo più a destra della storia della Repubblica prima di Meloni – e poi a far scendere di sella Draghi, togliendogli la fiducia in Senato. Eppure a Conte non chiediamo di discutere di passato o di “garanzie”, ma proponiamo un patto politico per il futuro.
Perché, dunque, chiedete di archiviare le vecchie contrapposizioni? La storia politica italiana offre precedenti utili a superare questi veti?
Bossi nel 1994 fece cadere Berlusconi, e poi nel 2000 insieme a lui fece nascere il patto su cui la destra italiana ha governato per anni. Per non parlare della Prima Repubblica. Se Andreotti, Moro, Craxi o Fanfani avessero letto le fasi della politica con l’approccio leguleio o con il broncio individualista, non avrebbero combinato praticamente nulla. Ecco, recuperiamo l’idea che il personalismo in politica sia il porre la persona umana come valore centrale, fine e fondamento delle azioni e non la caratteristica con la quale misurare le cose partendo dal nostro ego. Al centro delle nostre azioni devono stare i programmi, le idee, le proposte per l’Italia: i nostri caratteri, le nostre immagini, le nostre storie personali vengono sempre dietro e dopo a questo grande disegno che dobbiamo costruire per rilanciare il Paese. E allora guardiamo avanti. Questa è la politica.
Casa Riformista vuole aggregare le culture liberali, popolari e riformiste anche oltre Italia Viva. Qual è il suo perimetro politico? E quale autonomia immaginate rispetto al Partito democratico?
Il Partito Democratico ha fatto una scelta, legittima politicamente, di posizionarsi sulla parte sinistra dello schieramento, sovrapponendo le proprie istanze a quelle del Movimento 5 Stelle e di AVS. Il capogruppo del Pd al Senato, il senatore Boccia, ha parlato di “blocco unico” per descrivere queste tre forze. Goffredo Bettini ha parlato di “accordo deontologico” tra Pd e 5 Stelle. Tutto questo consente alla coalizione di presidiare la fascia sinistra del campo da gioco, ma lascia scoperto il centrocampo. E, per rimanere in metafora, senza qualcuno che gioca nella mediana del campo, ferma gli attacchi degli avversari e porta la palla al goleador, non si vince.
Quali interlocutori state coinvolgendo nella costruzione di questo spazio? Casa Riformista rischia di diventare soltanto uno strumento per rafforzare il peso negoziale di Renzi?
Le istanze riformiste, cattolico-democratiche, liberali, popolari e direi anche socialiste che da sempre si sentono alternative alla destra, devono poter trovare un loro coagulo sul piano dell’offerta politica. Ecco perché, con grande generosità, Matteo Renzi ha aperto alla prospettiva di “Casa Riformista”. Ecco perché abbiamo costruito un’esperienza come le “primarie delle idee” senza simbolo di partito, ma aprendoci al contributo di tanti altri (penso, tra gli altri, a Graziano Delrio, Marianna Madia che poi è entrata nel gruppo alla Camera, Benedetto della Vedova, Giorgio Gori, Vincenzo Spadafora).
L’obiettivo non è aumentare il peso negoziale. Fosse quello, già oggi tutti i sondaggi dicono che senza Italia Viva il centrosinistra non vince. L’obiettivo è costruire un pilastro che sia in grado di assicurare che la cultura di governo sia la cifra della prossima esperienza del centrosinistra, che sarà chiamato a governare in un frangente storico di una delicatezza estrema che non permette indulgenze o ideologismi.
E a giudicare dagli arrivi che stiamo registrando in queste settimane sui territori, anche da persone che avevano creduto in Forza Italia e che oggi constatano che da quelle parti il riformismo è appiattito, schiacciato ed evaporato dietro alla resa di Tajani alla Meloni, oppure accordi territoriali che abbiamo raggiunto con movimenti storici come i Moderati e altri a cui stiamo lavorando, quello di Casa Riformista è un messaggio che sta iniziando a passare.
Il vero banco di prova sarà il programma. Quali sono le priorità sulle quali Italia Viva non è disposta a fare compromessi? Come evitare che l’intesa si riduca a un minimo comun denominatore?
Non bisogna pensare né allo Zibaldone, né alle tavole del Talmud. Occorre anzitutto un messaggio forte al Paese, un’idea guida che faccia capire cosa vuol dire votare il centrosinistra. Speranza contro rabbia. Fiducia contro rancore. Crescita contro povertà. Equità contro diseguaglianze. E poi occorre tradurre questo messaggio forte in poche, nitide proposte che caratterizzino il lavoro e che si occupino delle priorità del momento: sicurezza, lavoro, salari da far crescere, giovani, sanità, scuola, imprese, tasse.
Pensi solo sulla sanità: la manovra fa crollare il fondo sanitario sotto il 6% del Pil, cosa mai avvenuta, e abbiamo più di 5 milioni di italiani che non si curano perché non hanno i soldi per farlo. A questi deve arrivare nettissimo il messaggio che sono le forze dell’opposizione a voler cambiare le cose, per permettere loro di curarsi! E lo stesso valga per i giovani, e per chi vive nella povertà e nel disagio sociale, così come per la difficoltà delle imprese a reggere l’impatto della rivoluzione tecnologica.
Ucraina, difesa, spese militari e rapporto con l’Europa: sono questi i temi sui quali il campo largo rischia di dividersi maggiormente? Quale sintesi proponete?
Il tutto tradotto in un “contratto alla tedesca” tra le forze politiche, nel quale ovviamente ci sia chiarezza e non sofismi sui temi fondamentali come la politica estera, di difesa e di pace. E in questo senso, il fatto che la nostra coalizione debba incarnare un nuovo europeismo contro il nazionalismo sovranista della destra è anche la chiave per trovare una sintesi sulla vicenda dell’Ucraina e sulle spese militari.
Le primarie per la leadership sono previste entro febbraio. Italia Viva considera questo il metodo giusto? E quale sarà la vostra posizione se la sfida si polarizzerà tra Schlein e Conte?
Si discute troppo di noi, e troppo poco dei problemi degli italiani. La discussione attorno alle primarie va bene il giusto, ma non possiamo continuare a stare sui pedali di un racconto autoferenziale, mentre Giorgia Meloni ha lanciato l’offensiva verso Vannacci per riassorbire i voti dell’estrema destra e rendersi competitiva.
Allo stato dell’arte, le primarie sono state decise. Bene, non torniamoci sopra più. Ma facciamole al meglio, senza pensarle come il surrogato di “X Factor” ma per farle diventare motore e cemento della coalizione. Noi abbiamo già detto che se ci sarà il doppio turno, avremo una nostra candidatura, e se ci sarà il turno unico convergeremo sulla segretaria del Pd. In tutti i casi, la nostra voce sarà presente, puntuale e costruttiva.
















