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Matteo Renzi ha ordinato il voto palese sull’autorizzazione a procedere contro il deputato del Pd siciliano Francantonio Genovese nel timore che, in una votazione segreta, come si sarebbe dovuto, potesse infiltrarsi una manovra grillina che bloccasse l’eroica costituzione in carcere del deputato messinese, una carta disperata per non perdere voti il 25 maggio, o per aggiudicarsene qualcuno in più. Così procedendo, il premier ha ceduto ai forcaioli; e si è appellato al ventre del suo partito, che continua a reclamare sangue, anche se fraterno, nella squallida esultanza dell’Unità, inebriata dall’arresto di un proprio parlamentare sui cui coinvolgimenti penali è ancora tutto da chiarire.

Alcuni deputati del Pd, non della sinistra, si sono ribellati. Beppe Fioroni ha avuto il buonsenso di dichiarare: «Io voto contro l’arresto perché dopo avere letto le carte ritengo che ci siano gli estremi per un processo con rito immediato ma non quelli della custodia cautelare». La sceneggiata potrebbe infatti anche condurre presto ad una messa in libertà dell’inquisito, che non ha possibilità di reiterare i reati attribuitigli. È l’ennesima abdicazione del potere politico all’invadenza politica dell’ordine giudiziario; con preventiva rinuncia a prerogative che la carta costituzionale – allineandosi ai principi di libertà e di autonomia di giudizio per i rappresentanti del popolo – riprendeva da una pluricentenaria cultura giuridica garantista: che è sempre pro reo e, a maggior ragione, dovrebbe valere per un eletto in parlamento.

Ma, si sa, la coscienza della funzione giurisdizionale del parlamento è andata cancellata dalla storia nazionale con l’estrapolazione dell’art. 68 sull’immunità, moralisticamente voluta, nel 1992, da un manipolo di forcaioli clericali che, spaventati dalla macchina da guerra messa in moto da Mani Pulite, facendo proprie le teorie savonaroliane di Oscar Luigi Scalfaro, abbandonarono il garantismo per sostituirlo con un giustizialismo preventivo, indecoroso, vile, fatto su misura (si riteneva) contro l’avversario di collegio, irresponsabile, antiparlamentare.

Vedremo se Renzi bloccherà Grillo o sarà da questi superato in giustizialismo e in voti. Certo, il fiorentino, che pare avere poco di spirito mediceo, s’è andato volontariamente ad infilare nel buco nero di una sinistra che non sa essere garantista (pur essendolo stata agli inizi della sua storia, quand’era minoranza emarginata); non sa divorziare dal suo corpaccione estremista (apparentemente incontenibile); teme il grillismo ma anche Sel e la sinistra in salsa greca; e non ha la più pallida idea di come impedire il partito G. (cioè gli elemosinieri tradizionali del Pci e derivati) di dominare come un polipo divoratore l’intricata trama di affari tra appalti, cooperative, amministratori locali e centrali. Renzi voleva rottamare tutto, e dunque – lasciava sperare – anche tutto codesto armamentario. Il timore che dovrebbe cominciare a paventare è piuttosto quello di restarne travolto.

Renzi e il rifiuto dell’immunità

Matteo Renzi ha ordinato il voto palese sull’autorizzazione a procedere contro il deputato del Pd siciliano Francantonio Genovese nel timore che, in una votazione segreta, come si sarebbe dovuto, potesse infiltrarsi una manovra grillina che bloccasse l’eroica costituzione in carcere del deputato messinese, una carta disperata per non perdere voti il 25 maggio, o per aggiudicarsene qualcuno in più. Così…

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