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In tutte le tradizioni scientifiche e culturali, essendo peraltro la “scienza” una forma particolare e ristretta dell’universo culturale e sapienziale di ogni civiltà, la medicina “alta” e le tradizioni terapeutiche popolari si uniscono, in molti punti, tra di loro.

Vale per la medicina dell’Antica Roma, dove, paradossalmente, le tradizioni popolari escludevano quegli aspetti mistici e iniziatici che le stesse pratiche avevano per le classi “alte”, al contrario di quanto avverrà dopo la caduta dell?impero Romano; vale per la Cina, dove la medicina tradizionale sopravvive, sostenuta dal Regime attuale del PCC, senza contare la feroce “modernizzazione” che le Guardie Rosse imposero, uccidendo gli antichi Maestri e gli esperti di arti iniziatiche e marziali, vale infine per l’India, dove la medicina ayurvedica rimane presente sul mercato interno e su quello delle “medicine alternative” per il mercato-mondo.

La morte di Lorenzo il Magnifico avviene poco dopo che il grande Medici assuma una pozione di perle finemente tritate, con la battuta “se la medicina più amara è quella che salva, sarò sano”.
La logica esoterica dei medici fiorentini era, per quei tempi, “scientifica”: se è vero che, in alcuni casi, il simile si cura con il simile, ed era una formula della Scuola di Salerno allora i calcoli salini del Magnifico sarebbero stati disciolti insieme al residuo marino e salino composto, appunto, dalle perle. Un criterio che, oggi, permette la sperimentazione di molti farmaci efficacissimi che noi rubrichiamo come “scientifici”.

La Scienza infatti dipende non tanto dalla metodologia, che rimane quella della vecchia Logica (deduzione, induzione, abduzione) ma dalla quantità e dalla struttura delle informazioni che abbiamo raccolto su un determinato soggetto fino a quel momento.
Nella Scienza, per dirla con una vecchia formula della Querelle entre Anciens et modernes, “siamo nani sulle spalle di giganti”.
Ecco quindi come impostare correttamente, secondo noi, il nesso attuale tra medicine “tradizionali” e le pratiche biochimiche e farmacologiche più attuali. Le terapie contro il morbo di Parkinson, nell’ayurveda indiano, sono elaborate intorno ad un composto naturale che contiene, sia pure in dosi minori, la stessa sostanza che la medicina scientifica contemporanea utilizza per alleviare la sofferenza del malato parkinsoniano.

E perfino la scoperta della tradizione indù e quella della medicina contemporanea sono state, con ogni probabilità, elaborate con lo stesso criterio di empirismo “darwiniano” del prova ed errore che caratterizza il fallibilismo scientifico occidentale.
Da questo punto di vista, la policy della World Health Organization è certamente sensata e accettabile: la Medicina Tradizionale deve essere “integrata” nei sistemi sanitari nazionali, deve essere accessibile per i poveri, e si devono studiare tecniche di distribuzione e terapia di massa che siano compatibili con le prassi tradizionali e, insieme, coprano il maggior numero di richiedenti.
Nel 2012, secondo il rapporto del WHO citato in nota, la correlazione tra Medicina Tradizionale, nel numero delle terapie distribuite, rispetto a quelle della “tradizione occidentale” erboristica, di 69 rispetto a 119, ovvero le terapie dolci più diffuse sono state meno del doppio rispetto a quelle fornite dai ben più complessi protocolli delle varie Medicine Tradizionali.

Tra gli Stati membri della WHO, ad oggi 110, quelli che accettano pratiche di agopuntura è di ben 103, per quelli che ne riconoscono semplicemente la liceità, 29 sono gli Stati WHO che la regolamentano specificamente, e ben 18, un numero che non è trascurabile, accettano la tradizionale terapia cinese con gli “aghi celestiali”, per dirla con Needham, predisponendone la tutela entro i propri sistemi di assicurazione sanitaria pubblici o privati.
Sempre nell’ambito della membership WHO, il 56% non dispone di corsi universitari per le medicine tradizionali, il 39% invece si, mentre il 18%, corrispondente ai paesi membri del WHO meno organizzati, non ha risposto alla domanda.
Oltre 100 milioni di europei utilizzano stabilmente terapie tradizionali, e altri 100 milioni di abitanti del Vecchio Continente utilizza terapie occidentali nelle quali viene inserita una o più pratiche di tipo tradizionale.

In USA, come, non del tutto stranamente in Africa e in Asia, la Medicina Tradizionale ha una quantità di aficionados superiore, in media, del 43% a quella del pubblico europeo.
Una questione di “crisi della ragione”? Forse. Ma è essenziale, per la diffusione delle medicine tradizionali oggi nell’Occidente delle “qualità primarie” e “secondarie” di galileiana tradizione e del rifiuto sistematico dei “dati di senso” come non-scientifici, capire che le Medicine Tradizionali sono, per loro stessa natura, centrate sul soggetto, che fa entrare nella terapia anche le sue ansie,le frustrazioni, alcune particolarità caratteriali e psicologiche, senza la fredda relazione con il farmaco come tale e senza la freddissima comunicazione con il “medico di base” o lo specialista. Il medico degli uomini si chiama “specialista”, non andrologo, commentava ironico Karl Kraus nella Vienna che vedeva sorgere la psicanalisi freudiana, che peraltro Kraus sbeffeggiava con raffinatissima cultura.

La quota attuale di giro d’affari della medicina tradizionale cinese, secondo gli ultimi dati, del 2012, è 55,9 miliardi di Usd nel solo mercato della mainland China, con la prospettiva razionale di arrivare a 10,9 miliardi Usd. E oggi siamo già a 136 mld. Di dollari Usa.
Nel 2012, nella Cina continentale, la quota di vendite di Traditional Medicine era del 38% sul totale, e si ricordi che le terapie tradizionali, in Cina, valgono il 46% dei farmaci e delle preparazioni accettate per il rimborso statale o regionale, secondo le procedure che abbiamo già studiato prima.
Perfino nella wahabita Arabia Saudita si pagano in media 560 USD per abitante al fine di acquistare farmaci e pratiche di tipo “tradizionale”.

Chi si avvicina a queste terapie, in Occidente? Soprattutto quelli con rilevanti malattie muscoloscheletriche, gli affetti da sclerosi multipla, con percentuali dal 41% dei pazienti in Spagna al 82% in Australia.
Ed è importante notare che la MT costa mediamente meno: le terapie chiropratiche tradizionali costano, in media randomizzata, 447 euro, rispetto alla fisioterapia occidentale (1297 euro) e alla terapia europea completa (1379 euro).
Il motivo di questa riduzione strutturale dei costi è chiaro: farmaci meno complessi, che peraltro non sono passibili di brevetti e di aggravio unitario pubblicitario di massa, minore tecnologia utilizzata nella pratica medica, minore infine quota di farmaci paralleli, per le “ricadute” o le malattie secondarie, effetto spesso della durezza biochimica e farmacologica della hard science medica occidentale, che bombarda a tappeto l’area della malattia colpendo, come spesso accade per le terapie antibiotiche, i batteri “buoni”, che permettono all’intestino di sintetizzare il fruttosio e digerire/frazionare molti grassi polinsaturi e i batteri “cattivi” che, magari solo apparentemente, sono i responsabili dei sintomi della malattia.

È strano, dal punto di vista epistemologico, che la scienza occidentale tratti tutte i dati soggettivi di senso come, cartesianamente, fallaci in sé, e poi si riduca a proclamare la fine dello stato patologico quando non si verificano sensibilmente i sintomi che hanno definito lo stato di malattia nel paziente.
Naturalmente, anche le Medicine Tradizionali, da sempre caratterizzate da una azione più lenta e meno invasiva sull’insieme degli organi e della psiche del malato, possono fallire: in primo luogo per la carenza qualitativa o la contraffazione dei prodotti e delle sostanza usate. Quasi la metà delle medicine acquistate on line risulta contraffatto.

Un altro problema è la tipologia della diagnosi: per la medicina che chiameremo per semplificare “occidentale”, alcune malattie sono fenomenologicamente diverse da quelle che si “leggono” nelle medicine orientali.
Il tumore, per esempio, è una neoplasia in Occidente, ma in Oriente è un rigonfiamento, che non presuppone la generazione di cellule tumorali.
Ma può esserci anche il caso della diagnosi sbagliata, non infrequente nella medicina empirista occidentale ma che è inevitabile anche in quella orientale, con evidenti aggravanti data la lunghezza e la complessità delle prassi terapeutiche.

Se poi, come spesso accade, il western man non crede a queste terapie, le ritiene “stregonerie”, o peggio, allora il naturale effetto psichico favorevole di una qualsiasi terapia non si attua, anzi, spesso vengono peggiorate le condizioni del malato.
Per garantire una qualità professionale e deontologica alla prassi medica tradizionale, i cinesi di Taiwan obbligano tutti coloro che hanno conseguito un titolo in Medicina Tradizionale a passare un esame presso il Gruppo dei Medici Tradizionali, nella Cina continentale accade lo stesso, salvo che nelle vaste campagne interne, dove le vecchie reti dei “sapienti del villaggio” sono ancora sostanzialmente funzionanti.

Sempre in Cina, vi sono circa 500mila enti che praticano la medicina tradizionale, con quasi 700mila letti disponibili, e oltre il 90% degli ospedali pubblici e privati garantisce almeno un reparto “tradizionale” aperto.
Tutte le assicurazioni garantiscono piena copertura ai trattamenti tradizionali, compresi quelli tipici delle medicine uigure, tibetane, mongole. Il senso di tutta l’operazione di merging tra la Medicina Tradizionale delle varie aree e quella empirista di tradizione occidentale è quindi quello, secondo il Who, di abbassare i costi della sanità, e di rendere meno massificante il trattamento terapeutico, in modo che la medicina ereditata da Vesalio o da Pasteur accetti la logica unitaria e di nesso con la psiche di tutte le medicine tradizionali.

D’altra parte, il business del farmaco tradizionale cinese, per esempio, varrà, secondo le stime più affidabili, 96,2 miliardi di euro nel 2025, con una produzione (ed è questo l’anello debole della falsificazione del farmaco) legata a ben 6500 erbe di riconosciuto valore terapeutico, spesso acquisite dalle imprese su mercati infidi, e le erbe terapeutiche cinesi esportate sono il 20% della produzione nazionale.
Dal 30 al 40% di tutte le vendite di farmaco in Cina sono farmaci tradizionali e, se questo trend va avanti, anche sulla base dei sempre più diffusi merger tra imprese occidentali e aziende cinesi, anche in Occidente la terapia parallela, un po’ come è avvenuto per l’agopuntura, tra farmaco cinese e biochimica occidentale, potrebbe rapidamente attecchire.

Il Who di Ginevra ritiene che, oggi, il valore commerciale delle terapie tradizionali cinesi sia di oltre 83 miliardi di Usd.
Ma medicina tradizionale vuol dire anche medicina personalizzata: il paziente, oggi, indipendentemente dalla classe di reddito, non vuole più una medicina, per così dire, “taylorista”, in cui il farmaco-bene standardizzato si distribuisce ripetitivamente tra gli utenti-pazienti, e in cui il potere di guarire, come lo chiamava Foucault, è una sorta di mana, di potenza magica insita nella, altra parola magica dell’Occidente, “sostanza”.

Il paziente attuale, ed è qui il motivo dello straordinario sviluppo delle medicine cosiddette “alternative” e delle teorie sul nesso strutturale tra psiche e salute, è un paziente “postmoderno” che vive in un contesto informativo e della comunicazione globale in cui sono morti gli dei della Ragione “calcolante”, come la chiamava Hegel, del rapporto gerarchico tra sapere e potere, della crescita economica continua e immancabile e della gerarchizzazione tra sapere “alto” e scientifico e conoscenze “basse”, empiriche o addirittura popolari. (continua)

Giancarlo Elia Valori
Honorable des Academie des Sciences de l’Institut de France

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