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I paletti della politica economica in Italia e negli altri Paesi periferici non sono solo dettati dalle esigenze di risanamento finanziario. Il riequilibrio competitivo è un vincolo altrettanto cogente per le scelte interne. La modalità asimmetrica con cui l’aggiustamento si sta svolgendo in Europa spinge i periferici a recuperare competitività con misure deflative e peggioramenti del mercato del lavoro. D’altro canto, la Germania non fa alcuna mossa per contribuire al riequilibrio. Ciò produce un “mondo euro” distorto, con molti paradossi.

I Paesi considerati “in deficit” non sono più tali: l’Italia e i periferici hanno ora i conti con l’estero in positivo. Questo non significa, però, che il problema dello squilibrio intra-europeo sia risolto: è stato solo esportato all’esterno. Il surplus tedesco rimane inalterato ai livelli molto elevati del 2007, 6-7% del PIL, ma è solo per un 25% nei confronti dei partner euro.

Non c’è da rallegrarsi dello spostamento verso il resto del mondo dell’eccesso di risparmio tedesco. Le distorsioni cacciate dalla porta rientrano dalla finestra: l’aggiustamento anomalo intra-europeo si traduce in un enorme avanzo commerciale dell’area della moneta unica, circa 200 miliardi di euro, una cifra superiore a quella cinese.

Insomma, l’Eurozona è iper-competitiva, si giustificherebbe un apprezzamento del cambio: solo che un’area in cui vive quasi il 70% della sua popolazione non se ne è accorta, sono i paesi che faticano per rincorrere il riequilibrio. E il riequilibrio per i periferici, in assenza di cambio e senza cooperazione della Germania, ha la sua chiave di volta nell’indebolimento del mercato del lavoro per realizzare difficili svalutazioni interne. Ne è conseguito che recupero competitivo e aumento della disoccupazione siano venuti a costituire due facce della stessa medaglia: i miglioramenti nei conti con l’estero dei periferici sono stati tanto più significativi quanto maggiore è risultato l’ampliamento dell’area dei senza lavoro.

Il raffronto Italia/Spagna è a questo proposito emblematico. L’export e il saldo commerciale dell’economia iberica sono aumentati più di quelli dell’Italia, ma ciò è avvenuto a fronte di una triplicazione del tasso di disoccupazione spagnolo contro “solo” un raddoppio di quello italiano. L’Italia parte da una condizione competitiva migliore di quella della Spagna, con un debito estero netto entro margini sostenibili e senza un settore delle costruzioni ipertrofico. Ma se il nostro Paese avesse sperimentato il tipo di aggiustamento spagnolo avrebbe oggi un tasso di disoccupazione molto più elevato, nell’ordine del 20 anziché del 12%.

Le difficoltà del riequilibrio intra-euro sono infine grandemente amplificate dalla bassa dinamica dei prezzi che contraddistingue l’area. In questo ambiente gli obiettivi di recupero competitivo divengono ancor più onerosi e confliggono con le esigenze di abbattimento dei debiti pubblici e privati. Se l’inflazione media euro è sotto l’1% e quella della Germania poco sopra l’1, un paese periferico che deve correggere il gap competitivo ha il compito di spingere le dinamiche dei propri prezzi a zero o in territorio negativo e lo deve fare per un numero elevato di anni. La deflazione non è un rischio dell’Eurozona, lo è per i Paesi periferici.

In questo contesto non c’è da meravigliarsi se si diffondono in Europa spinte centrifughe e sentimenti anti-euro. Per ricostruire una prospettiva positiva occorre un framework più simmetrico che distribuisca lo sforzo del riequilibrio anche sui paesi in surplus. Per questo le riforme strutturali sono necessarie non solo nei periferici, ma anche nei Paesi in avanzo affinché potenzino i fattori di crescita interna e contribuiscano in modo molto più sostanziale allo sviluppo equilibrato dell’area. Tenuto conto di una nuova sensibilità su questo fronte che si è fatta strada nella Commissione europea, l’Italia dovrebbe, in vista del semestre di presidenza europeo, cominciare a investire in questa direzione per arrivare a costruire una coalizione di interessi in grado di premere in modo adeguato per un cambiamento nella direzione di marcia europea.

Ecco perché anche la virtuosa Germania ha bisogno di riforme

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