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La riforma della legge elettorale, sulla cui base si è celebrato l’accordo Renzi-Berlusconi, è giunta finalmente in Commissione per essere discussa e speriamo approvata dalle Camere a breve. Adesso, dopo il plateale accordo bipartisan, comincia la fase veramente concreta dell’iter politico, irta, com’è logico, di enormi difficoltà.

E’ chiaro, d’altra parte, e il segretario l’ha spiegato bene alla direzione nazionale del Pd, che questo intervento fondamentale sul metodo democratico, ossia sul modo in cui saranno eletti i parlamentari, deve precedere il resto e progredire per suo conto, sebbene, evidentemente, i cambiamenti istituzionali non possano esaurirsi soltanto con l’attuazione dell’Italicum, dovendo riguardare tutto il sistema.

C’è un punto molto importante che merita specifica attenzione, di là del Senato non elettivo e di qualche modifica sostanziale della forma di governo. Sto pensando alla modifica del Titolo V, quella variazione costituzionale introdotta dalla maggioranza di centrosinistra anni fa, relativa all’ordinamento federale. Il fatto che con così tanta enfasi Renzi abbia sostenuto la sua eliminazione fa veramente riflettere sulla forza di cui egli dispone, in questo momento, fuori e dentro il suo partito.

In realtà, la revisione di allora ha introdotto una sbilanciata decentralizzazione del potere, perseguita sull’onda delle contestazioni leghiste e giustificata con la presunta volontà dei cittadini di avere maggiore controllo in loco degli amministratori pubblici. Oggi sappiamo, invece, che si è determinato da quel momento non soltanto un conflitto di competenza tra lo Stato centrale e le amministrazioni locali, ma addirittura una moltiplicazione indefessa delle spese che gravano sui contribuenti, senza nessun risparmio, anzi semmai con l’aggiunta di oneri nuovi ai vecchi.

Insomma, è venuta fuori una specie di federalismo centralizzato, ossia un mostro contraddittorio e confuso.

Conviene ribadire, per questo motivo, che un intervento sul Titolo V resta l’unico modo per superare la frammentazione moltiplicativa delle spese, avvalorando le prerogative costituzionali e politiche dello Stato democratico. Più ancora, è augurabile che la spinta introdotta da Renzi al dibattito riesca a incoraggiare una ridefinizione complessiva dei rapporti tra potere pubblico e privato, irrobustendo in alto l’autorevolezza dello Stato e in basso la libertà di cittadini, famiglie e imprese.

Dal punto di vista storico, purtroppo, quello che è avvenuto in questi ultimi decenni è stato l’esatto opposto di quello che sarebbe servito concretamente. Negli anni ’90 sono state spacciate per liberalizzazioni la svendita sotto mercato degli assetti strategici della nostra economia, in primis aziende fornitrici di servizi fondamentali. Invece di aprire alla concorrenza, sottraendo monopolio allo Stato, è stata garantita così una forma disfunzionale di gestione oligarchica delle risorse che ha principalmente danneggiato i consumatori, non più tutelati nei propri risparmi e nei propri diritti, arricchendo unicamente pochi privilegiati e molti competitori esteri.

Poi, l’emergere di questo regionalismo dei mini governatori ha dato il colpo di grazia, moltiplicando i costi del potere pubblico e non aggredendo, invece, per nulla il debito sovrano.

Insomma, da un lato è stato dismesso il controllo sociale che lo Stato svolgeva sui servizi fondamentali, feudalizzando le gestioni, e dall’altro è stato incrementato il potere pubblico con l’aggiunta dei costi politici di regioni, province e comuni, e con la relativa corruzione propagata al dettaglio.

Perciò, adesso bisogna profittare del successo di Renzi per andare nella direzione giusta, rafforzando l’autorità democratica dello Stato rispetto agli strapoteri locali e aumentando la libertà e la concorrenza del mercato rispetto agli oligopoli inefficienti emersi con le pseudo privatizzazioni e il falso federalismo.

D’altronde la causa prima, che ha stabilito questa situazione negativa, è stata la debolezza del potere politico davanti agli interessi economici. E quando si parla di potere politico non s’intende il potere dei politici, perché quest’ultimo è invece aumentato oltremisura a danno del resto. Il potere politico, a esser chiari, è la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, sapendo di pesare e di essere tutelati nel bene comune dall’autorità dello Stato.

Si capisce, dunque, perché oggi invitare a fortificare il settore pubblico sia tanto impopolare e per alcuni ritenuto persino anacronistico, quando, invece, è proprio in un contesto in cui monta la povertà, e famiglie e imprese, oberate da inefficienze, soffrono mali insopportabili, che diviene palesemente necessario che la politica intervenga con vigore ed efficacia per difendere la libertà di tutti, tutelando la società civile da speculatori e politici corrotti.

Gli interessi internazionali, d’altronde, nel presente sono per tutti i Paesi una minaccia terribile da cui difendersi. E davanti a tali pericoli per i risparmi e per il mantenimento del tenore di vita, nonché per una più equa redistribuzione dei costi e dei benefici, il ritorno dello Stato è assolutamente prioritario, specie per noi.

All’Italia, in definitiva, non serve tornare indietro, ma neanche andare avanti per una strada che conduce nel burrone. E’ essenziale, all’inverso, che centrodestra e centrosinistra collaborino insieme per fare le cose veramente urgenti, aiutando Renzi, magari anche contrastandolo duramente sul merito, a realizzare quelle riforme che non possono più essere disattese o rimandate da nessuno.

Renzi e il ritorno dello Stato

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