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L’intervento in Siria non sarà la guerra di Obama, ma la guerra che Obama conduce per interposta nazione, l’Arabia Saudita; lo stesso Bashar Assad, del resto, è un bersaglio fantoccio dietro il quale c’è qualcuno ben più potente di lui: l’Iran.

Il presidente americano ha tracciato la linea rossa: niente armi chimiche. Assad l’ha superata e a questo punto Barack Obama non può più tirarsi indietro, tanto meno dopo le immagini dei corpicini allineati in terra e avvolti nei bianchi sudari.

I contorcimenti Usa

Non è stato l’esercito a ucciderli con il gas? Magari è un complotto ordito dall’opposizione per spingere all’intervento occidentale, un cinico, spietato specchietto per le allodole? È già successo, per esempio anche nella ex Jugoslavia. Ma, quale che sia la realtà, il dado è tratto. E pensare che nessuno (né lui, né il Congresso, né l’opinione pubblica americana), vorrebbe infilarsi in una nuova disavventura mediorientale dopo l’Iraq, dopo la Libia. Anche tenendo conto che la guerra civile in Siria ha una dimensione ben maggiore di quella libica e una portata forse superiore persino all’Iraq perché un grande terribile gioco si sta svolgendo sulla via di Damasco, un gioco che coinvolge tutte le potenze dello scacchiere.

I fini sauditi

Chi spinge da tempo per un intervento occidentale, con un lavoro di lobbying possente a Washington e a Londra, è l’Arabia Saudita. La monarchia è nemica giurata di Assad e gliel’ha giurata almeno da due anni, quando il presidente siriano ha rifiutato i consigli al dialogo lanciandosi in una feroce repressione. Riad ha finanziato, fomentato, armato una parte dell’opposizione, quella a lei fedele. Ma re Abdallah si è convinto fino in fondo che la Siria va rovesciata come un guanto nel momento in cui gli è apparso concreto il pericolo iraniano. Il regime degli ayatollah punta al controllo del golfo Persico dove conta sulla sponda del Qatar, “un nulla, 300 persone con una tv”, come l’ha definito il sovrano saudita, ma insidiosissimo, lo ha dimostrato nella primavera araba e in Egitto a sostegno dei Fratelli musulmani. E proprio la Fratellanza è l’altro grande nemico, ben più potente dei pur pericolosi ma dispersi gruppi jihadisti.

Asse a tre

Contro l’asse Assad-Iran-Hezbollah, così, si forma una strana coalizione tra sauditi e israeliani, entrambi firmano un accordo pubblicizzato dalla stessa tv di Israele per armare i ribelli siriani: l’idea è di rafforzare i gruppi non fondamentalisti, facendo passare armi più sofisticate attraverso la Giordania che fa da sponda. Ma le linee di confine sono quanto mai porose e alcuni missili di fabbricazione europea finiscono in mani jihadiste.

Arrivano i turchi

La Turchia dal canto suo sostiene i Fratelli, anche se Erdogan, colpito dal collasso della lira e dalle tensioni sociali interne, ha un ruolo di secondo piano. La sua principale preoccupazione, del resto, è contrastare i curdi che agiscono a nord est della Siria sostenuti dal Pkk. Anche per questo ha detto che sarà della partita insieme alla Nato, purché serva da punizione e da monito, non per far cadere Assad.

La strana coppia

Un crogiuolo di interessi e ambizioni, dunque, dietro il quale emerge una linea politica chiara da parte della strana coppia sauditi-israeliani per i quali in Siria si combatte la prima fase della guerra contro Iran e fondamentalisti. Un fronte importante, in questa complessa partita, è anche l’Egitto dove sia l’Arabia sia Israele sostengono i generali.

Gli aerei bastano?

Chi si avventura sulla via di Damasco, allora, non può farlo solo per ragioni umanitarie o per ripristinare il diritto internazionale. E non può ignorare la strategia saudita che fa da spartiacque strategico e conduce a un obiettivo ben diverso dal distruggere le armi chimiche; conduce direttamente al regime change. Se è così, gli attacchi aerei non bastano. Probabilmente inutili per colpire depositi chimici quasi certamente sotterranei, possono persino diventare controproducenti. Certo non servono a far cadere Assad contro il quale occorre schierare truppe di terra, massicce e ben addestrate. Cosa che Obama non vuole, Cameron non può perché non ne ha a sufficienza, per non parlare di Hollande.

E se fosse un’avventura?

Ci stiamo dunque lanciando in un’avventura confusa negli obiettivi e nei mezzi? Oppure vogliamo appoggiare fino in fondo l’Arabia Saudita, dare un colpo all’Iran, schiaffeggiare la Russia storica alleata di Assad, mettere in un angolo la Cina, cambiare gli equilibri dal Magreb all’Asia centrale passando per il Golfo Persico?

Un nuovo ordine mediorientale. Vasto programma, forse troppo per un’America riluttante e un’Europa disarmata politicamente, non solo militarmente.

www.cingolo.it

Guerra alla Siria: avventura o nuovo ordine mediorientale?

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