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La miniserie “Un matrimonio” (domenica 19 in onda la quinta puntata alle 21.10 su Raiuno) ha riscosso tanto successo grazie alla sua normalità”, ne è convinta Antonella Ferrari (alias Anna Paola Dagnini). L’attrice – e voce narrante della fiction – si riferisce alla linearità che caratterizza la sceneggiatura scritta e diretta da Pupi Avati. Il regista trasloca eccezionalmente dal grande al piccolo schermo. Sceglie di farlo per portare in video una storia semplice, non tanto nei contenuti quanto nell’evoluzione della trama. Nessun eclatante coupe de theatre, niente relazioni omosessuali né baci saffici per fare scalpore e accattivare l’attenzione del pubblico. Alla base del racconto c’è l’amore nella sua declinazione più tradizionale, quel legame genuino, viscerale, ricco di sacrificio e di passione tra un uomo e una donna, Carlo (Flavio Parenti) e Francesca (Micaela Ramazzotti). Questa coppia nutre però il desiderio di adottare una bambina (che da grande è impersonata proprio dalla Ferrari), ma non una bimbetta qualunque, Anna Paola è una creatura speciale.

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Come è arrivata ad essere parte del cast di “Un matrimonio”?
“In un modo bizzarro. Grazie a una email che io ho mandato a Pupi Avati. Dopo 10 minuti dall’invio di quella missiva virtuale, il mio telefono ha squillato. Lui mi ha detto che avrebbe avuto piacere di conoscermi. È stato l’inizio di un’amicizia e di un rapporto di lavoro all’insegna della stima”.

Avati le ha parlato subito di Anna Paola?
“Sì, mi ha detto che stava scrivendo la fiction. Allora, circa sei anni fa, era in fase embrionale. Durante la nostra chiacchierata mi ha ripetuto più volte: “Più parlo con lei più mi sembra di vedere Anna Paola”. In seguito ho scoperto che il personaggio è stato costruito prendendo spunto da me, dalla mia vita. Come me infatti, anche lei ha problemi di salute. Io convivo da anni con la sclerosi multipla, ma dentro di me c’è anche molto altro, non le ho mai permesso di prendere il sopravvento (ride, ndr)”.

Poi la fiction è arrivata su Raiuno.
“E il regista mi ha richiamato dicendomi che sarebbe stato felice di affidarmi quel ruolo, nonostante non tutti fossero d’accordo”.

In che senso?
“Quando è saltato fuori il mio nome qualcuno ha storto il naso adducendo giustificazioni che avevano a che fare con la mia – secondo loro – non grande notorietà e soprattutto con la mia malattia. In sostanza, si pensava che affidarmi un ruolo drammatico lo avrebbe reso ancor più drammatico. Ma sul lavoro sono abituata a questo genere di commenti, non è la prima volta”.

Stiamo parlando di persone che sono state sul set con lei?
“No no. Tra noi attori c’è sempre stato un rapporto di grande professionalità e stima”.

Quindi, come è riuscita ad aggiudicarsi quel ruolo?
“Grazie a Pupi Avati, che non si è fatto influenzare e anzi, per dimostrare a tutti che aveva ragione, mi ha scritto un monologo per un provino vero e proprio. L’ho fatto, è stato estenuante ma meraviglioso e alla fine erano tutti commossi, anche lui che mi ha detto: “Oggi mi hai sedotto”. Per me è stata una grande soddisfazione”.

“Un matrimonio”, ogni domenica, fa una media di share del 20 per cento circa. Perché piace alla gente?
“Perché esalta una normalità che nella società e nelle famiglie di oggi si vede molto di rado. Non è che chi ha vissuto gli anni del secondo dopoguerra non avesse dei problemi però si riusciva a ritrovare la serenità con cose semplici. Banalmente, un pranzo o una cena tutti insieme”.

Nella trama non ci sono intrighi e sotterfugi, non c’è nessuna coppia gay nè famiglia allargata. È una scelta voluta?
“È una storia tradizionale che trae ispirazione da quella dei genitori di Pupi Avati. È il racconto di vita di una famiglia, quella del regista. Così è stata fedelmente riportata”.

Una fiction perfetta per Raiuno, insomma.
“Sì, nessuna altra rete avrebbe potuto mandarla in onda. Anche perché in giro ci sono delle cose… Poi, è stata scritta per essere mandata in onda proprio sulla Rai. Quindi, è va bene così”.

Francesca è la tipica moglie devota al marito.
“È vero, annulla una parte di se stessa per lui e per la famiglia. Stringe i denti, si sacrifica. Tutte cose che le mamme, quelle che hanno vissuto gli anni Cinquanta-Sessanta, sanno fare. In quel personaggio infatti ho rivisto mia madre”.

E lei che madre sarebbe?
“È il mio sogno diventare mamma, speriamo di riuscirci prima o poi”.

Nell’ambito lavorativo invece come spera di realizzarsi?
“Spero di continuare a portare in giro per l’Italia il mio spettacolo “Più forte del destino” che ha già riscosso tanto successo. E poi mi piacerebbe molto fare cinema”.

Magari ancora una volta con Pupi Avati?
“Perché no, sarei felicissima”.

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