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Ha già un nome l’ultimo accordo intervenuto tra la Confindustria e Cgil, Cisl e Uil: patto di Genova, dal luogo in cui si svolge la Festa nazionale del Pd.

Nei primi giorni tutti si sono precipitati a rimboccare le coperte al neonato, come se si trattasse dell’ennesimo accordo storico che le parti sociali non mettono più, nero su bianco, sulla carta, ma scolpiscono direttamente sul bronzo, a perenne lascito ai posteri.

Enrico Letta ha manifestato l’interesse del governo ad affrontare le questioni poste nel documento. Poi, come accaduto in altre circostanze, il patto di Genova finirà nell’archivio delle pratiche insolute, a fianco di altri, precedenti, accomunati dal destino dell’oblio.

Ciò che si ricorderà dell’intesa del 2 settembre finirà in una breve nota di cronaca da inserire a pie’ di pagina nei saggi di quanti si prenderanno la briga di commentare le relazioni industriali dei nostri tempi, tanto tristi da sembrare dimenticati dall’Onnipotente.

Non capita tutti i giorni – e merita una segnalazione un po’ sarcastica – che un presidente di Confindustria illustri (insieme ai suoi “compagni di merende”) un protocollo d’intesa ad una platea di militanti del Pd, il quali non esitano ad applaudire il “padron delle ferriere” alla stregua di quei comunisti della Bassa reggiana (mirabilmente raccontati da Giuseppe Guareschi) che, riuniti per l’inaugurazione della Casa del Popolo, si spellano le mani all’arrivo inatteso del Vescovo.

Del resto Giorgio Squinzi è coerente con il programma elettorale che lo contrappose ad Alberto Bombassei. Un programma tutto incentrato su di una sola idea forza: riannodare i rapporti con la Cgil. Ma alla confederazione di Susanna Camusso interessa la politica: così se si vuole andare d’accordo (ormai la firma della Cgil è come la “bollinatura” della Ragioneria generale dello Stato; se c’è tutto va bene, altrimenti sono storie) bisogna incalzare il patrio governo con la solita solfa: ridurre le tasse, promuovere la crescita, avviare una nuova politica industriale ed energetica, favorire l’occupazione e quant’altro, anche attraverso l’istituzione di una cabina di regia (ma quante ce ne sono a Palazzo Chigi?).

La cosa che più sorprende a leggere i documenti sindacali è accorgersi che i loro estensori  pensano di aver scoperto l’America, mentre devono accontentarsi soltanto dell’acqua calda. Ma a questi dirigenti chi gliel’ha data la convinzione di avere pronta la terapia per tutti i mali del Paese? Non si accorgono che il governo sembra un giocoliere, appollaiato su di un trespolo in equilibrio precario, intento a gettare in aria, da mesi, le solite quattro-cinque palle (Imu, Iva, cig in deroga, esodati, incentivi) con la paura che rovinino a terra da un momento all’altro?

Confindustria e sindacati non sono degli osservatori disincantati, ma dei protagonisti dell’economia. Eppure, nel loro documento non c’è uno straccio di impegno che essi dichiarino di assumersi  in proprio e di attuare attraverso l’esercizio delle loro prerogative.

La produttività e quindi la competitività del Paese precipitano: e chi se ne frega! La disoccupazione giovanile non trova sbocchi? Certo, ma se il lavoro non è a tempo indeterminato è comunque cattiva occupazione da condizionare e scoraggiare con mille lacci e laccioli. Anche a costo di creare mille ostacoli a quel posto di lavoro, se è temporaneo.

Basti pensare che proprio Confindustria e sindacati erano stati invitati dal  ministro Enrico Giovannini a predisporre – in autunno, in vista della legge di stabilità – un avviso comune per introdurre regole più flessibili nel mercato del lavoro in occasione dell’Expo 2015. La relativa norma era stata stralciata dal testo del decreto proprio per favorire quest’operazione, ben oltre quanto stabilito per la sola area milanese e lombarda.

Non risulta che si stia lavorando in tal senso anche se lo sviluppo e la crescita si ottengano così. Con buona pace della Cgil e dei documenti che le parti sociali scrivono: un po’ per celia, un po’ per non morir. Come canta Madame Butterfly nell’opera di Giacomo Puccini.

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