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La possibilità di un intervento militare in Siria divide l’opinione pubblica statunitense. Finora il presidente americano Barack Obama si è dimostrato molto prudente, privilegiando la linea della “trasparenza” e affidando a una benedizione del Congresso il proprio auspicio che, a poco più di un anno dalle elezioni di Midterm, la scelta di attaccare Damasco non venga interpretata come unilaterale.

A considerazioni di carattere internazionale, come il timore che l’offensiva contro il regime di Bashar al-Assad possa allargarsi ad altri Paesi, il leader Usa ha affiancato valutazioni di stretto pragmatismo interno. Prima fra tutte quella – ripetuta più volte dal segretario di Stato John Kerry, dallo stesso Obama e da molti osservatori – che gli americani siano “stanchi” dopo oltre un decennio di guerra logorante e dispendiosa condotta in complessi teatri bellici.

FRUSTRATI, NON STANCHI
Un “mantra” che l’editorialista del Washington Post Robert Samuelson considera frutto di un grosso equivoco. Per il giornalista americano, anni di interventismo militare “non hanno imposto né oneri aggiuntivi come tasse o balzelli indiretti per finanziare la guerra, né particolari sacrifici o distruzione” tra i confini degli Stati Uniti. “Certo, ammette Samuelson, i conflitti sono costati molto in termini di spesa (anche se irrisoria se confrontata al budget federale), ma soprattutto di vite umane“. E tutto senza “un vero progetto“, che i cittadini Usa percepivano durante la II Guerra mondiale, ma che non hanno colto in Iraq o Afghanistan così come nel caso della guerra in Siria. Ecco perché, spiega il columnist, più che stanchi gli americani si sentono frustrati per la presunta inutilità di questi conflitti, che non porterebbero a nulla, nemmeno a una chiara “sensazione di vittoria“.

GLI USA NEL MONDO
Il conflitto siriano può essere però per Samuelson l’occasione per discutere di una questione ancora più rilevante: il ruolo degli Usa nel mondo. Secondo l’editorialista del WP gli Stati Uniti non possono essere “i poliziotti del mondo“, né “punire ogni torto o atrocità” perché è difficile imporre a popoli così diversi nuovi “valori” e “modi di vivere” occidentali.
Però, se c’è una lezione che il secondo conflitto mondiale ha insegnato è, a detta di Samuelson, che “l’assenza americana dalla scena mondiale porta spesso a grandi tragedie”. È per questo che gli Stati Uniti devono essere maggiormente consapevoli di quanto sia importante la funzione essi svolgono a tutela della “stabilità mondiale (ma anche dei loro “legittimi interessi“). E sarebbe un grosso errore, conclude il columnist, se smettessero di farlo ora in Siria nascondendosi dietro “l’esagerazione” di una “stanchezza per la guerra“.

IL RUOLO DELLA STAMPA
Il dibattito proposto da Samuelson, però, stenta a decollare. La classe dirigente e l’opinione pubblica a stelle e strisce hanno davanti a loro in queste ore un quadro confuso, che secondo The Atlantic è alimentato dalla crescente disinformazione di cui si renderebbe protagonista la stampa americana. In un’inchiesta pubblicata sul suo sito web, il mensile diretto da James Bennet ha analizzato come i maggiori e più autorevoli quotidiani Usa hanno trattato la notizia della richiesta di Obama di far esprimere il Congresso sulla guerra in Siria. Riscontrando come i giornali siano “pieni di ipotesi discutibili“, con “giornalisti e redattori” impegnati nella maggior parte dei casi a dimostrare “le loro tesi” agli occhi dei lettori più che a raccontare i fatti.

Manifestanti anti militaristi sotto la Casa Bianca
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CONTRARI A UN INTERVENTO
Stanchi o no, informati o meno, gli americani sembrano però decisamente contrari a un intervento militare in Siria, come rivela una serie di sondaggi pubblicati sull’edizione statunitense dell’Huffington Post. L’opinione pubblica pare spaccata a metà, ma tolta una buona percentuale di indecisi, a prevalere è lo scetticismo verso l’operazione. Una media di circa il 50% dei cittadini Usa dice infatti di ritenere inopportuno un attacco contro Damasco. Risultati che non consistono una sorpresa per gli analisti, secondo i quali l’indice di gradimento complessivo di Obama in politica estera è entrato in territorio negativo – per la prima volta durante la sua presidenza – la scorsa primavera e da allora ha continuato a scendere.

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