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La sentenza di condanna a 35 anni di detenzione per Bradley Manning (nella foto) corrisponde ad una vittoria o ad una sconfitta per il fronte che alimenta la retorica della piena trasparenza anche nelle attività istituzionali e di intelligence? La domanda non ha trovato una risposta univoca.

Ieri il mondo di Wikileaks che si ritrova attorno alla “leadership” di Julian Assange ha esultato. Aver evitato una sanzione di ergastolo o di 60 anni come richiesto dall’accusa è stato interpretato come un grande successo. Il soldato Manning, autore del furto di informazioni che ha dato vita alla più grande diffusione illegali di dati classificati dell’Amministrazione Usa, potrebbe infatti guadagnare la libertà effettiva in tempi molto più brevi dei 35 anni inflitti dalla giustizia americana.

Il fatto però che si sia stato condannato prova il fatto che Manning sia un traditore e che quello che ha fatto costituisce un gravissimo reato. Al netto della quantificazione della pena e di come la si voglia giudicare, il dato è innegabile così come non si può continuare a tacere la circostanza per cui lo stesso Manning ha chiesto scusa alla sua nazione ammettendo di aver arrecato (pur senza volerlo, secondo la sua ammissione) dei danni gravissimi alla sicurezza degli Stati Uniti d’America. Insomma, a ben vedere, l’allegra compagnia dei “traditori” non ha di che troppo gioire.

Lo ha capito, dalla Russia, l’altro autore di una pericolosissima e non ingenua fuga di notizie che ha fatto esplodere uno scandalo attorno all’Nsa, il servizio segreto americano impegnato al contrasto del terrorismo attraverso il monitoraggio delle comunicazioni (soprattutto digitali).
La condanna di Manning dimostra chiaramente che non ci sarebbe un processo equo negli Stati Uniti per Edward Snowden: ne è convinto Anatoli Kucherena, l’avvocato russo della talpa dell’Nsagate che ha ottenuto asilo temporaneo in Russia, commentando la pena inflitta al militare che passò documenti militari e diplomatici a Wikileaks. Il legale, che ha seguito la pratica della richiesta di asilo a Mosca, ha detto di aver discusso con il suo assistito del processo Manning, in una recente conversazione privata.
“Se Edward aveva pensato qualche tempo fa di tornare negli Stati Uniti per affrontare un processo equo, ora è assolutamente evidente che proprio nessuno presta attenzione alla posizione di una persona, alle sue motivazioni”, ha detto citato da Ria Novosti, “si fa di tutto per metterla in prigione per aver rivelato informazioni”. L’avvocato ha poi aggiunto che le speranze di giustizia, nutrite da Snowden prima del processo Manning, sono svanite con la sentenza di ieri. “Se Manning viene condannato a 35 anni per aver rivelato informazioni sulle uccisioni di civili pacifici, come si può parlare di rispetto della giustizia, anche nel caso di Edward?”, ha denunciato Kucherna.

“Excusatio non petita, accusatio manifesta” dicevano i latini. Nonostante molti media anche occidentali strillino denunciando la presunta violazione di diritti civili, è innegabile che Snowden sia considerabile a tutti gli effetti “condannabile” sul piano giudiziario e che abbia trovato riparo in un Paese, la Russia, che lo ha accolto con intenti non certo legati a ragioni umanitarie. La sentenza Manning, da questo punto di vista, rende giustizia e fa chiarezza.

Snowden resta rintanato in Russia. La sentenza Manning conferma l'illegalità di Wikileaks (e del Nsagate)

La sentenza di condanna a 35 anni di detenzione per Bradley Manning (nella foto) corrisponde ad una vittoria o ad una sconfitta per il fronte che alimenta la retorica della piena trasparenza anche nelle attività istituzionali e di intelligence? La domanda non ha trovato una risposta univoca. Ieri il mondo di Wikileaks che si ritrova attorno alla "leadership" di Julian Assange…

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