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Leonardo Boff, teologo della liberazione che ha smesso il saio francescano per sposarsi – lui assicura però che francescano è rimasto nello spirito –, chiede a Papa Francesco di convocare al più presto un Concilio Vaticano III. Il tempo è maturo, spiega in un intervento pubblicato sul Jornal do Brasil e ripreso dal sito Terre d’America di Alver Metalli. D’altronde, il momento è quello giusto, visto che si celebrano i cinquant’anni dalla morte di Giovanni XXIII, “sicuramente il Papa più importante del Ventesimo secolo”. L’annuncio dato a sorpresa da Roncalli quel 25 gennaio 1959, cambiò la chiesa portandola nel “mondo moderno”. Tutto, però, è cambiato, da allora. “Sono emerse nuove sfide”, spiega Boff: “La globalizzazione economica e finanziaria e la coscienza planetaria, la dissoluzione dell’impero sovietico, le nuove forme di comunicazione (internet, social network e altro) che hanno unificato il mondo, l’erosione della biodiversità, la consapevolezza dei limiti della Terra e della possibilità di sterminio della specie umana e con essa del pianeta”.

Un Concilio “diverso dal precedente”

E le categorie del Vaticano II non sono più sufficienti per dar conto della nuova realtà, aggiunge il teologo. Ecco perché serve che il Papa segua l’esempio di Giovanni XXIII e si affretti a convocare una nuova grande assise ecumenica. Eppure, chiarisce Boff, “non può essere come il precedente”. La differenza è che ora “non basterà convocare solamente i vescovi della chiesa cattolica”. Servirà qualcosa di più, è tempo che “i cristiani si scrollino di dosso tante differenze e polemiche” e si uniscano “in vista di una unica missione salvifica”. E l’unico che può riunire tutte le confessioni cristiane è Francesco, il Pontefice preso quasi alla fine del mondo.

Bergoglio teologo della liberazione
D’altronde, Leonardo Boff l’aveva detto anche qualche tempo fa: Bergoglio sta portando avanti l’agenda della Teologia della liberazione. Il tema (vecchio) è stato rispolverato in occasione del viaggio del Papa a Rio per la Giornata mondiale della gioventù. E’ bastato che Francesco visitasse una favela e un centro di recupero per tossicodipendenti per riproporre con forza le istanze di quel filone di pensiero emerso in America latina nell’immediato post Concilio. Ogni passo di Francesco in terra brasiliana è un segnale della sua vicinanza alla teologia della liberazione. “Sono aspetti vicini ad essa”, diceva Boff in un’intervista concessa ad Andrea Tornielli sulla Stampa: “In Argentina questa si è sviluppata particolarmente come teologia del popolo, portata avanti dal gesuita Juan Carlos Scannone, che è stato insegnante di Bergoglio. Il Papa è vicino a questa teologia. Non è una devozione popolare pietistica, ma una devozione che conserva l’identità del popolo e s’impegna per la giustizia sociale”.

Francesco e la “teologia del popolo”
Ma tra teologia della liberazione e teologia del popolo c’è differenza, spiegava sul Corriere della Sera lo storico Andrea Riccardi: per Francesco, “il popolo, anche semplice, è portatore di vissuto religioso e umano, di intuito, di fede”. Aspetti, questi, che nulla hanno a che vedere con “la ventata di speranza, di sollievo e di allegria di vivere e pensare la fede cristiana dopo l’inverno” che il gesuita di Buenos Aires avrebbe portato nella chiesa con la sua elezione. Non a caso, già nel 2005 l’allora arcivescovo Bergoglio tagliò corto riguardo la teologia della liberazione: “Dopo il crollo del socialismo reale, queste correnti di pensiero sono sprofondate nello sconcerto. Incapaci sia di una riformulazione radicale che di una nuova reatività, sono sopravvissute per inerzia, anche se non manca ancora oggi chi le voglia anacronisticamente riproporre”.

Come e perché si intensificano gli appelli per un Concilio Vaticano III

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