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Nel giro di pochi giorni molti italiani e non pochi giornalisti hanno dovuto fare i conti con un Paese pressocché sconosciuto e una famiglia quasi del tutto ignorata. I contorni da Spy story hanno reso il dossier Kazakhstan più torbido di quanto non lo sia, e lo è molto.

L’ignavia e l’incapacità politica e comunicativa di una parte non residuale del governo hanno fatto il resto. L’esecutivo di Enrico Letta rischia infatti di cadere non già per effetto seppur indiretto di Berlusconi ma sotto i suoi errori di valutazione. Non tanto e non solo per la modalità sbrigativa con la quale la signora Shabalayeva è stata consegnata alle autorità kazake ma perché non ha saputo cogliere, né prima né dopo, i contorni della vicenda. In ballo infatti non vi sono i diritti umani ma un complicato gioco di scacchi del quale noi siamo il teatro senza essere protagonisti.

Il signor Ablyazov, preso strumentalmente in adozione dall’opposizione italiana, è stato stretto collaboratore del dittatore che tanto ora desta il nostro disprezzo. Ha cercato di prenderne il posto ma non essendo riuscito nell’impresa è andato in esilio a Londra non prima di occultare – questa l’accusa – 15 miliardi della banca che presiedeva. Ha trovato riparo in Inghilterra, Stato che ha solidi legami commerciali con il Kazakhstan e il suo premier (Cameron era ad Astana meno di due settimane fa). Qui il dissidente non solo ha combinato qualche guaio (sempre una presunta truffa), ma è stato consigliato di lasciare il Paese perché rischiava la vita e loro, i britannici, non lo avrebbero potuto proteggere (perché?).

Ablyazov arriva in Italia e raggiunge la moglie ma, prima del fulmineo blitz della polizia che tanto clamore ha destato, è riuscito a dileguarsi. Chi lo ha avvisato e come ha fatto a sparire? Mistero. Gli indizi sembrano portare in un luogo sicuro degli Usa. Non é questo però il punto.

Posto che la Polizia italiana e i suoi dirigenti si sono mossi in base ad una segnalazione ufficiale di un ambasciatore di un Paese straniero e supportata da un ordine di cattura internazionale emesso dalla Criminalpol, la consegna della moglie e della figlia è avvenuta in modi particolarmente efficienti ma non illegali, sino a prova contraria.

Marcia indietro o passo in avanti che sia, Letta e Alfano hanno chiesto la revoca dell’esplusione e, soprattutto, domani il capo della Polizia, il prefetto Alessandro Pansa, chiuderà l’inchiesta interna.

Bisognerebbe aspettare altre 24 ore prima di trarre le conseguenze e fa specie leggere un ministro dell’Interno che, invece di proteggere i propri uomini migliori, minaccia sfracelli per i suoi al Viminale che non lo avrebbero avvisato. In altri tempi o ci si dimetteva ammettendo di non essere preso sul serio dalla propria amministrazione o le teste si sarebbero fatte rotolare, senza minacce a mezzo stampa. Altri tempi.

Il ministro degli Esteri, Emma Bonino, è stata fra le prime persone a essere informata (a cose fatte) e a capire in quale vespaio era caduto il governo e invece di consentire un deprecabile gioco del rimpallo fra Farnesina ed Interni, potrebbe rendere chiaro che non si gioca un derby sui diritti umani.

In questi mesi siamo palesemente ripiombati in una dinamica da guerra fredda con Usa e Russia (e Cina) nuovamente su sponde opposte. Il caso Snowden è l’esempio più clamoroso ma non l’unico e, temiamo, non l’ultimo. Il nostro Paese non è stato capace, dal punto di vista russo-kazako, di arrestare l’uomo su cui comunque pendeva un mandato dell’Interpol e neppure capace, dal punto di vista anglosassone, di proteggere i suoi familiari che ha invece fatto rimpatriare. In tutto questo abbiamo avuto la capacità di consentire il montaggio di uno scandalo narrato con gravità superiore alla evidenza pur meschina dei fatti.

Mentre ad Est ed Ovest tornano a srotolare un filo poco visibile ma molto spinato, noi che siamo geograficamente centrali ci divertiamo a passeggiarci su, sul filo spinato. A piedi nudi ovviamente.

Ablyazov, il blitz e lo scarica-responsabilità del governo

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