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11 Settembre 2001. L’idea di accomunare i Brics, acronimo che sta per Brasile, Russia, India e Cina, viene concepita nel giorno dell’attentato alle Torri Gemelle. Quel giorno, il responsabile dell’ufficio studi di Goldman Sachs era collegato in audioconferenza con un gruppo di analisti della banca d’affari riuniti in una sala delle Twin Towers.

In diretta O’Neill sentì il tremendo rumore della collisione. Poi, più nulla. Quel giorno, ha poi raccontato il finanziere, “ho subito percepito che il mondo non sarebbe stato più lo stesso: la globalizzazione, intesa come la caduta delle barriere doganali e dei vincoli alla circolazione dei capitali, non si sarebbe fermata più. Ma il mondo, al contrario di quel che pensavamo, non si sarebbe convertito al modo di vivere anglosassone”.

Nasce di qui l’intuizione di analizzare come un corpo unico l’impatto sugli equilibri economici del pianeta di quattro Paesi (poi divenuti cinque con il Sud Africa) che sulla carta non avevano nulla in comune. C’erano due democrazie compiute (Brasile ed India), la Russia a metà del guado, la Cina stretta all’ideologia comunista. Non c’era tra i Brics alcuna comunanza religiosa o di razza, pelle o vicinanza storica. Anche dal punto di vista economico erano assai più marcate le differenze che i punti di contatto. Eppure, quella formula nata a tavolino, ha avuto un grande successo: oggi i Bric siedono assieme al tavolo dei potenti del mondo, fanno fronte comune nelle conferenze internazionali, cercano di distinguersi dagli Usa e dall’Europa in molte crisi internazionali. E prevedono di rappresentare, di qui a meno di dieci anni, un terzo dell’economia del mondo.

Perché questo successo? A prima vista, la sensazione è che abbia giocato un ruolo importante la diversità di questi quattro colossi. La Cina è diventata la fabbrica del mondo, l’India ha sfornato gli ingegneri informatici che vendono software in tutto il pianeta. La Russia, il meno dinamico dei quattro soci fondatori, resta il più importante bacino di risorse energetiche. E il Brasile è la potenza agricola per eccellenza, senza la cui soia i cinesi farebbero fatica a sfamare la popolazione.

E’ stato un fattore positivo il decollo dei Brics? Senz’altro sì, perché lo sviluppo dà da mangiare a miliardi di persone prima a rischio fame. Ma la concorrenza ha senz’altro creato grossi problemi alle economie occidentali, compresa quella italiana. Quasi all’improvviso il made in Italy si è trovato a competere con rivali formidabili, dai costi irrisori. E’ difficile non collegare, almeno in parte, l’irruzione dei Brics con il calo del potere dei sindacati in Occidente e la perdita di molti posti di lavoro. Ma non è affatto giusto addebitare ad indiani o cinesi i nostri problemi.

Tanto per fare un esempio sportivo, era assai più facile vincere una medaglia alle Olimpiadi negli anni Trenta, quando in pratica erano esclusi dallo sport asiatici, africani e sudamericani. Ma, una volta studiata la preparazione giusta, si è visto che italiani, inglesi o tedeschi possono farcela anche contro i rivali più forti. Lo stesso potrà accadere nell’economia globale se sapremo adattarci alle richieste di una società che chiede più formazione, intelligenza e minori sprechi.

Non è detto, infine, che il cammino dei Brics non incontri ostacoli. In questi giorni la democrazia brasiliana registra la protesta popolare contro le spese per i Mondiali di calcio. La dittatura cinese è alle prese con numerosi e ripetuti fenomeni di contestazione. Una volta superata la prima fase di sviluppo i Brics si aprono al mondo con nuove esigenze e problemi. Ma anche la capacità di fornire contributi originali al progresso umano. Tutto sommato, sono stati la risposta migliore alla follia dell’11 settembre.

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