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Ancora un anno di tempo e nella scuola italiana si sfoglieranno solo libri digitali o nel formato misto. In questo importante processo di digitalizzazione qualcosa sembra non filare nel verso giusto, almeno sotto il profilo degli editori che in procinto di adeguarsi alle nuove normative hanno fatto ricorso al Tar contro il decreto Profumo: “Non ricorriamo contro i libri digitali – spiega il presidente del Gruppo Educativo dell’Associazione italiana editori Giorgio Palumbo – ma contro i tempi e i modi di realizzarne la diffusione, che sono in contrasto rispetto alla legge votata dal Parlamento e non tengono conto delle carenze infrastrutturali della scuole”.

Gli argomenti del ricorso
L’ok ai testi in formato digitale o misto dall’anno 2014-2015 era giunto lo scorso aprile con la firma del ministro Francesco Profumo al decreto ministeriale in materia di adozioni dei libri di testo.
Due in particolare gli argomenti attaccati dagli editori nel ricorso al Tar rispetto al provvedimento ministeriale: l’adozione “forzata” di testi digitali imposta dal decreto per le classi capiciclo (la prima classe della scuola primaria e secondaria) e, in secondo luogo, l’abbattimento previsto dei tetti di spesa del 20%-30% già dall’anno 2014-2015.

Un’ adesione forzata
“Il decreto Profumo – aggiunge Palumbo – ha introdotto una nuova adozione digitale forzata a dispetto delle autonomie delle scuole e delle stesse capacità tecniche di scuole, insegnanti e alunni ad essere pronti già per l’anno 2014-2015. Costringerà noi editori ad annullare i nostri investimenti e a macerare i nostri magazzini, costituiti in base alla legge dei blocchi delle adozioni e calcolati secondo le ragionevoli aspettative del graduale passaggio al digitale, così come definito dal testo della legge votato in Parlamento”.

Un falso presupposto…
“In secondo luogo – prosegue Palumbo -, il decreto Profumo è andato in modo irragionevole, senza alcuna istruttoria sui costi reali di produzione che supportasse la decisione, ad abbattere i tetti di spesa per tutte le classi delle scuole secondarie del 20-30% già dall’anno 2014/2015. L’ex ministro si è basato sul falso presupposto che il passaggio al digitale comportasse un abbattimento dei costi di produzione, indimostrato peraltro. Al contrario esso richiede altre professionalità e altri costi e sconta un’Iva di 17 punti percentuali (forse da luglio di 18) in più rispetto ai libri di carta. Il danno per noi e per tutta la filiera è ancora maggiore se si considera che dobbiamo stare in questi tetti di spesa non solo per i nuovi libri digitali ma anche per tutti gli altri già in utilizzo”.

La violazione
“Per tutti questi motivi – ha concluso Palumbo – il decreto Profumo viola i diritti patrimoniali di autori ed editori, espressamente tutelati dalla legge, creando al tempo stesso un danno di sistema a tutta la filiera – si pensi a stampatori, cartai, promotori, ma anche agli stessi autori – peraltro in modo arbitrario e giuridicamente illogico. Il decreto, oltretutto, non favorisce alcun risparmio per le famiglie, a maggior ragione se si considera che in base alla filosofia del decreto Profumo il risparmio sui contenuti dovrebbe essere da loro investito in tablet e device. Auspichiamo per questo che il ricorso venga accolto: nel frattempo ci ritroviamo a gestire questo momento davvero con estrema difficoltà”.

La cordata degli editori contro il decreto Profumo sui libri digitali

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