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Il primo ministro turco, Racep Tayyip Erdogan, ha respinto le critiche secondo cui Ankara fornirebbe sostegno all’opposizione siriana e ha puntato il dito contro il coinvolgimento dei libanesi Hezbollah e di altre forze straniere, quindi iraniane, a fianco del governo di Bashar al Assad.

Il leader turco ha ribadito che il sostegno alle forze che da oltre due anni si oppongono al governo di Damasco è soltanto logistico. “Quelli che descrivono il sostegno logistico turco come intervento straniero non fanno questi commenti quando si tratta di chi combatte attivamente in Siria”, ha detto il primo ministro parlando con i giornalisti e rispondendo alle critiche dell’opposizione e di quanti biasimano il coinvolgimento turco nel conflitto, in particolare dopo l’esplosione della duplice autobomba che la scorsa settimana ha fatto 51 morti nel distretto di Reyhanli, al confine con la Siria.

Allo stesso tempo sia Damasco sia Teheran accusano il governo di Ankara di interferire nelle questioni interne di un altro Paese. “Non c’è soltanto Hezbollah, ci sono anche altre forze”, ha continuato il premier senza specificare a quali Paesi si riferisse, sebbene in molti ritengono stesse parlando dei combattenti sciiti provenienti dall’Irak e dei consiglieri militari iraniani.

Ieri a colloquio telefonico con il capo di Stato libanese, Michel Suleiman, il presidente statunitense, Barack Obama, ha espresso le sue preoccupazioni per il coinvolgimento del Partito di Dio nel conflitto siriano.

Il governo di Beirut si è tenuto a distanza dalla guerra civile che secondo l’Onu ha già fatto almeno 70mila morti. Tuttavia, secondo molti analisti, il Paese dei cedri rischia di essere coinvolto e, scrive il quotidiano libanese Daily Star, la presenza dei combattenti del movimento, più forte dello stesso esercito libanese ricorda il New York Times, potrebbe rinfocolare la violenza settaria nella regione tra sciiti, cui appartiene anche il gruppo alawita degli Assad, e sunniti.

Almeno 28 combattenti di Hezbollah sono morti combattendo a fianco dell’esercito nella siriano nella battaglia di Qusair, una delle roccheforti ribelli corridoio strategico sia per il contrabbando di armi sia, per il regime, per controllare la via tra Damasco e la costa mediterranea.

L’esercito libero siriano, il principale gruppo armato sostenuto dagli Usa, ha già definito il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, “un assassino del popolo siriano”. Dal canto loro i miliziani libanesi parlano di 14 morti e dicono di aver ripreso il controllo della città in poche ore, costringendo alla ritirata anche i combattenti del Fronte al Nusra, gruppo ribelle affiliato alla galassia di al Qaida. Un resoconto che combacia con quanto riportano i media ufficiali siriani.

Ma sempre più coinvolto in Siria, scrive al Jazeera, Hezbollah dovrà stare attento a evitare che il conflitto arrivi sino in Libano. Un’eventualità che potrebbe minare la propria reputazione di movimento votato interamente alla resistenza contro Israele ed erodere la sua influenza sulla politica interna.

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