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Anche la Banca centrale indiana ha tagliato i tassi di 25 punti, all’indomani della storica decisione della Bce di portarli al suo minimo storico. Lo scenario che avevamo intravisto all’inizio dell’anno, insomma, si sta attuando giorno dopo giorno. Le banche centrali, dalle più piccole alle più grandi, stanno inondando di liquidità il circuito finanziario perché tanto, dicono, l’inflazione è bassa a causa della crisi e quindi non ci sono pericoli di rialzo incontrollato dei prezzi.

Dicono, appunto. Perché fra la teoria – che vuole il livello dei prezzi direttamente correlato alla quantità di moneta – e la pratica ci corre tanto quanto fra il dire e il fare. E anche sulla teoria ci sarebbe tando da ridire, visto che l’altra metà del cielo (economico) pensa piuttosto che l’inflazione dipenda dal mecato del lavoro assai più che dalla base monetaria.

Ma questo ci interessa poco. Quello che è interessante osservare, invece, è il senso di frustazione esternato ieri da Mario Draghi quando ha ammesso che in effetti si è spezzato qualcosa nella catena che vuole collegati la quantità di moneta in circolazione con la concessione di credito all’economia. Come dire: possiamo pure portare i tassi a zero, o addirittura dare rendimenti negativi alle banche che depositano i soldi nella Bce, ma ciò non risolve il problema del credit crunch. O almeno finora non lo ha risolto.

Abbiamo già visto quanto dal 2008 in poi siano aumentati gli asset delle banche centrali, e la tendenza, a quanto pare, è quella di farli crescere ancora. La Fed, tanto per citare la capofila di queste politiche espansive, ha dichiarato nei giorni scorsi che potrebbe aumentare gli acquisti di bond e titoli basati su mutui, che già pesano 85 miliardi di dollari al mese, finché la disoccupazione non arriverà al 6,5%. E il Giappone ha annunciato che non sarà da meno.

In confronto la Bce sembra ancora moderata. Anche se l’annuncio di Draghi di star studiando un modo per fare arrivare credito alle imprense tramite asset back security (ABS), ossia quella categoria di titoli che permettono di ridurre il loro rischio implicito semplicemente distribuendolo a una pluralità di compratori. Gli stessi che hanno provocato la crisi del 2007, insomma. Però stavolta sarebbero più trasparenti, dicono.

Dicono, appunto. Un’altra volta. Mentre quello che dovrebbero dire è che le banche centrali ormai hanno le armi spuntate. Quello che è entrato in crisi, dal 2007 in poi, non è un semplice modo di gestire le variabili economiche, che si possa curare pompando moneta, che peraltro viene trattenuta dalle banche.

A entrare in crisi, come ha scritto molto efficamente qualcuno, è il concetto stesso della liquidità. Ossia quell’infinita riserva di valore creabile con un semplice schiocco di dita dalle banche centrali che, da sola, dovrebbe garantire crescita e benessere per tutti.

Le banche centrali hanno “inventato” questo modello e adesso, portandolo alle sue estreme conseguenze, stanno creando le condizioni per il loro suicidio. Una volta che i mercati consolideranno l’idea che malgrado le grandi iniezioni di denaro l’economia va male, cosa ne sarà di queste entità?

La parola entità non l’ho scelta a caso. Chi fosse interessato a conoscere la mistica che sorregge l’attività delle banche centrali, e ai risvolti politici e filosofici ad essa sottintesi, potrebbe leggere un interessante paper della Bis, la banca dei regolamenti internazionali, dal titolo “Central bank finances”, uscito pochi giorni fa che contiene alcune sorprendenti informazioni.

La prima è che lo sviluppo delle banche centrali è un fatto recente. Nati e cresciuti con loro, siamo portati a pensare che ci siano sempre state, ma non è così. All’inizio del XX secolo nel mondo c’erano solo 18 banche centrali, nate sull’esempio della Banca centrale inglese creata alla fine del XVII secolo. Alla fine del secolo scorso erano diventate 173.

La seconda è che le prime banche centrali furono costituite con capitali privati e poi gradualmente “pubblicizzate” intorno agli ’30, altra epoca di grande depressione. Le uniche che sono rimaste private sono la Fed, e le banche centrali di Belgio, Grecia, Italia, Giappone, sud Africa, Svizzera e Turchia.

La terza sono alcune caratteristiche ad esse peculiari. Tipo: “Le banche centrali esistono per scopi diversi rispetto alle banche commerciali, esse perseguono il benessere nazionale, non i profitti”, anzi, “i loro risultati finanziari non sono un buon indicatore del loro successo”. Oppure: “I guadagni e le perdite delle banche centrali appartengono alla società. I risultati finanziari possono essere importanti – anche se si può sempre creare denaro per sanari gli squilibri – ma una banca centrale non può essere dichiarata fallita da un tribunale”.

Insomma, queste entità sono esentate dal rispetto delle normali regole commerciali, perché sono “altro”. Ma cosa?

Detto in parole povere sono le custodi della fiducia. Il santuario della credibilità. La cornucopia dell’economia di mercato capitalistica. Non serve scomodare Walter Benjamin per notare quanto ci sia di religioso in questo atteggiamento.

Quello che invece è utile notare è che l’avvento delle banche centrali ha segnato l’inizio di un’epoca di grande crescita economica e arricchimento per larghi strati della società, come mai prima nella storia. La teorica inesauribilità delle risorse delle banche centrali ha funzionato da propellente per lo sviluppo dei mercati finanziari, incoraggiato di sicuro dalla straordinaria attività di liberalizzazione dei movimenti dei capitali deciso dai governi negli ultimi trent’anni.

Tutto ciò, però, ha avuto un prezzo: la divaricazione fra l’economia finanziaria e quella cosiddetta reale, che è aumentata al crescere della ” volontà di potenza” delle banche centrali.

Le cronache di questi anni e di queste settimane lo confermano. Le banche centrali aumentano il volume di fuoco, i mercati finanziari si rianimano. L’economia reale, al contrario, si contrae.

Sicché finisce che le banche centrali vengano insieme percepite come l’ultima spiaggia e la causa di tutti i problemi. Presto o tardi qualcuno chiederà loro il conto. Specie se mai si azzarderanno ad attivare quelle ventilate exti strategy che già in passato hanno causato sfracelli.

Il rischio, davvero sistemico, che le banche centrali corrono, con questa dissennata politica di rubinetti aperti, è di essere considerate inutili, prima ancora che dannose.

A quel punto la loro strategia suicida rischia di concretizzarsi con un’eutanasia.

Magari decisa da coloro che ci hanno guadagnato di più.

Il suicidio delle banche centrali

Anche la Banca centrale indiana ha tagliato i tassi di 25 punti, all’indomani della storica decisione della Bce di portarli al suo minimo storico. Lo scenario che avevamo intravisto all’inizio dell’anno, insomma, si sta attuando giorno dopo giorno. Le banche centrali, dalle più piccole alle più grandi, stanno inondando di liquidità il circuito finanziario perché tanto, dicono, l’inflazione è bassa…

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