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Essere vegetariani a Pechino potrebbe diventare un lusso. L’inflazione in Cina ad aprile per i prezzi al consumo è salita oltre le attese. Colpa di mele e pomodori, sembrerebbe. Quella sui prezzi alla produzione, come si dedurrebbe a questo punto a rigor di logica, è salita invece meno del previsto, e resta negativa. Una tendenza doppia che a prima vista sembrerebbe un errore, si rivela invece la dimostrazione dei problemi strutturali interni al Dragone.

I dati

I prezzi al consumo sono cresciuti del 2,4% annuale, contro un atteso 2,3% e contro il 2,1% di marzo, mentre i prezzi alla produzione hanno frenato del 2,6% ad aprile, contro un atteso -2,3% dopo il -1,9% di marzo. “Le imprese cinesi sono infatti afflitte da un eccesso di capacità produttiva dovuto ad una domanda asfittica, fattore che mette sotto pressione i prezzi alla produzione ed erode gli utili”, ha commentato Reuters. Sono i beni alimentari di prima necessità quindi a tirare il mercato?

L’analisi settoriale

Il settore che invece ha fatto schizzare l’inflazione cinese? Quello di frutta e verdura, sembrerebbe. Ma tranne per il cibo, non ci sono stati altri picchi. Il prezzo dei beni non alimentari è aumentato solo dell’1,6% rispetto all’aprile 2012, meno degli aumenti medi del primo trimestre. I prezzi alla produzione, che hanno segnato un calo del 2,6%, hanno invece sofferto degli effetti della deflazione ad aprile, riflettendo del calo globale dei prezzi delle materie prime, come l’alluminio, e della sovracapacità industriale cinese. Non bisogna poi dimenticare la grande concorrenza interna nel settore dell’industria pesante.

Le reazioni della Bank of China

La Banca centrale cinese ha dichiarato di stare in guardia dall’inflazione, ma gli investitori sono preoccupati del fatto che un’impennata del credito nel primo trimestre possa aumentare la pressione sui prezzi durante l’anno. “La fase di crescita economia cinese sembra più debole del previsto, riducendo così il rischio di un forte aumento dei prezzi e permettendo di avere aspettative su un’inflazione relativamente bassa”, ha spiegato al Financial Times Lu Ting, economista di Merrill Linch.

L’economia cinese lo scorso anno è cresciuta del 7,8%, il tasso più basso dal 1999. Ma le preoccupazioni sono arrivate con i dati del primo trimestre 2013, che hanno segnato il 7,7%.

“Questi risultati sono moderati, ma la domanda è ancora debole e c’è un grande bisogno di sforzi da parte del governo per incentivare consumi ed investimenti”, ha commentato l’economista Ma Xiaoping di Hsbc al Wall Street Journal.

Secondo gli analisti la Banca centrale cinese non farà ricorso ad altri programmi monetari, come ulteriori tagli dei tassi d’interesse, ma Pechino potrebbe comunque stimolare la domanda grazie ad incentivi per gli investimenti e ad una nuova politica fiscale.

Le mosse di Corea del Sud e Australia

Ma se anche la Banca cinese scegliesse di frenare la liquidità presente sul mercato, certo non uno tsunami, ma l’ondata potrebbe arrivare da Australia e Corea del Sud. Bce e Fed, forse, non bastavano. La Banca Centrale australiana (RBA, Reserve Bank of Australia) ha infatti deciso di tagliare i tassi di interesse al 2,75 dal 3%, portando il tasso di riferimento sui livelli più bassi di sempre. Subito dopo è stata la volta della Bank of Korea, che ha abbassato il tasso di interesse del Paese portandolo dal 2,75% al 2,5%. Una sforbiciata dello 0,25% che era inattesa da parte degli analisti internazionali.

Perché alla Cina va di traverso la verdura

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