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Il governo Letta ha cancellato gli ex comunisti? Il dibattito è aperto e si arricchisce ogni giorno di un nuovo contributo. Sul tema si pronuncia su Formiche.net Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Istituto Gramsci, convinto sostenitore del Pd fin dagli inizi, proveniente da Pci, Pds e Ds.

La sua idea del Partito Democratico non prevede distinzioni ma sintesi: “Il Pd è fondato sulla parità di tutti i suoi dirigenti e militanti quale che sia la loro genealogia. Non è un problema di radici. Io mi sento rappresentato da Enrico Letta. Nel suo governo, il Pd ha la maggiore responsabilità ed esso è il mio partito. Per questo ritengo la disputa sull’assenza di rappresentanti dell’ex Pci nel governo come anacronistica e futile. Noi abbiamo fatto il Pd per lasciarci alle spalle questa toponomastica”.

Una concezione che vale anche oggi, con le nomine dei sottosegretari e viceministri che vengono viste come una “rivincita degli ex Ds”?
Valuto la squadra di governo secondo quella che, per quanto ne so, sono le capacità e le competenze dei suoi componenti. E mi pare una squadra complessivamente buona.

L’unità del Pd si è vista poco nelle ultime vicende, penso per esempio alla partita del Quirinale. Non crede, Professore?
L’unità alla fine si è vista e il risultato è stato straordinario. Certo, la condotta è stata oggetto di particolari incongruenze e va analizzata per capire come evitare una situazione simile in futuro. Ma se guardiamo alle cariche istituzionali attuali vediamo un ex comunista al Quirinale, un ex democristiano al governo, un’esponente di Sel alla Camera e un professionista di ispirazione democratica al Senato. È una grande impresa e un onore per il Pd, soprattutto tenuto conto del momento e del fatto che gli altri partiti non sono messi meglio. Penso per esempio al Pdl che conserva intatto il problema di che cosa sarà. esaurita la funzione storica di Silvio Berlusconi.

Michele Serra su Repubblica ha scritto che le aspettative della sinistra-popolo sono state raccolte più dal Movimento 5 Stelle che dalla sinistra-partito. Condivide?
La campagna elettorale che abbiamo lasciato alle spalle è stata molto complicata. È ovvio che la sinistra e la destra sono sempre esistite e continueranno ad esistere ma prima di Maastricht il discrimine era soprattutto redistributivo, più uguaglianza per la sinistra, più mercato per la destra. Dopo il 1992, le grandi discriminanti sono cambiate e sono per esempio Europa sì o no e quale Europa. Bisognerebbe invece capire fino a quanto un partito è capace di corrispondere alle domande delle persone, su questo bisogna competere.

Come competerà il nuovo Pd? Con quale leader?
I temi ora sono due. Chi governerà la transizione fino al congresso, chi ne stabilirà le regole e come il congresso riuscirà ad esprimere una sintesi. Io credo che esso riuscirà ad esprimere una leadership adeguata, distinguendo le funzioni di partito da quelle delle istituzioni.

Crede anche Lei che la separazione tra segretario e candidato premier sia la strada da percorrere?
Penso sia una regola aurea.

Chi sono i nuovi leader eredi di via delle Botteghe oscure all’orizzonte nel Pd?
I quarantenni del partito, come il capogruppo alla Camera Roberto Speranza, il responsabile economico e neonominato viceministro Stefano Fassina o l’eurodeputato Roberto Gualtieri. Ma fanno parte di una nuova generazione di quadri del Pd, non della sinistra del Pd. Io vengo dal Pci di Palmiro Togliatti e sono stato un padre del Pd, ne vedo la sintesi, non le correnti.

A proposito di Togliatti, Emanuele Macaluso ha denunciato il fatto che gli storici esponenti del Pci sono stati cancellati. È così?
Togliatti come altri padri fondatori della Repubblica fa parte della cultura politica della democrazia italiana. Una generazione può perderli ma ci andrà necessariamente a sbattere ogni volta che dovrà affrontare i problemi fondamentali del Paese.

 

Vi racconto la sinistra, dal Pci di Togliatti al Pd di Fassina

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