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Forse non correranno più come un tempo, ma i cinque Paesi del gruppo Brics riuniti oggi e domani a Durban in Sudafrica continuano a proporsi come un’alternativa alle istituzioni economiche e geopolitiche globali.

Sul tavolo delle discussioni tra l’ospite sudafricano Jacob Zuma e i leader delle altre nazioni – Brasile, Russia, India e Cina – che compongono l’acronimo coniato nel 2001 dal direttore dell’Asset Management di Goldman Sachs, Jim O’Neil, c’è l’istituzione di una propria banca per lo sviluppo che rappresenti simbolicamente il passaggio i consegne dal mondo industrializzato alle economie emergenti.

Sullo sfondo la richiesta di cambiamento nelle istituzioni tradizionali, Banca mondiale e Fondo monetario internazionale, ancora controllate da Stati Uniti e Europa in una divisione dei poteri che il gruppo degli emergenti ritiene non rispecchi più i nuovi equilibri globali.

L’episodio più rappresentativo fu nel 2010 la scelta del nuovo direttore della Banca mondiale,  caduta sullo statunitense di origine coreana Jim Yong-kim, una conferma della consuetudine che vuole la guida dell’istituzione in mano agli Usa e l’Fmi al vecchio continente – ora con la francese Christine Lagarde – ma che al tempo tagliò fuori i candidati di Nigeria e Colombia. Sempre sull’Fmi sono ancora accese le discussioni per rivedere le regole interne in modo da dare maggiore peso alle potenze economiche emergenti.

Il commercio interno tra le cinque potenze, ricorda Bloomberg, ha toccato lo scorso anno i 282 miliardi di dollari contro i 27 miliardi del 2002 e con la previsione possa arrivare a 500 miliardi entro i prossimi due anni.

Il blocco rappresenta il 43 per cento della popolazione mondiale, un quarto del territorio del mondo e il 17 per cento del commercio. Tuttavia, notano gli osservatori, Cina Brasile, India, Russia e Sudafrica sono economicamente e politicamente molto meno unite di quanto si possa pensare.

Il Wall Street Journal metteva in risalto il dato che nel 2011 gli investimenti diretti tra il membri del Brics erano soltanto il 2,5 per cento del totale degli investimenti del blocco, il 41 per cento dei quali rivolto verso i Paesi in via di sviluppo. I rapporti tra Cina e India hanno alti e bassi, pesa il rapporto di Pechino con il Pakistan e dispute territoriali. Va meglio l’asse sino-russa cementata dal viaggio di Xi Jinping a Mosca prima imbarcarsi verso l’Africa, basata in particolare sui legami energetici con la firm adi un memorandum per la consegna di 38 miliardi di metri cubi di gas russo al Dragone entro il 2018.

Nei giorni che hanno preceduto il vertice di Durban, da parte russa sono arrivate anche spinte per dare maggiore peso geopolitico al blocco. È stato lo stesso presidente Vladimir Putin a premere con un’intervista all’agenzia Intar-Tass affinché l’intesa tra i cinque emergenti evolva in un meccanismo di cooperazione strategica su ampia scala, capace di trovare soluzioni e mettere voce nelle maggiori questioni globali. A margine va detto che al vertice si accompagna anche un contro-summit. La convinzione degli attivisti è infatti che l’alternativa dei Brics non sia in realtà tale, ma continui politiche già percorse da Paesi industrializzati, semplicemente ammantate da una retorica anti-imperialista.

Al via il vertice dei Brics

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