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Il governo lettone ha presentato domanda ufficiale per l’ammissione del Paese nell’euro dal 1 gennaio 2014. La richiesta, ha spiegato il commissario europeo all’Economia, Olli Rehn, mostra i progressi fatti dalla Repubblica baltica per riprendersi dalla crisi del 2008-2009. Cinque anni fa la Lettonia fu il primo Paese dell’Unione a chiedere un salvataggio con la crisi che fece precipitare l’economia del 10,5 per cento e schizzare la disoccupazione sopra il 20 per cento, ora al contrario in costante calo, sebbene ancora alta, attorno al 14 per cento.

Mentre anche tra i politici europei si alzano voci che chiedono l’uscita dalla moneta unica, o almeno chiedono di lasciare ai cittadini la scelta, Riga sceglie la strada opposta, sebbene lo scarso sostegno della popolazione alla presa di posizione del governo rischi di essere un ostacolo. È lo stesso Rehn, citato dal Wall Street Journal, a mettere sul tavolo il tema. “L’opinione pubblica è sempre importante per le democrazie. Più è alto il sostegno dei cittadini più gli altri Stati membri saranno convinti della loro scelta. Non si tratta di un criterio per l’ammissione, ma è un punto da tenere in conto”. Questo anche se il governo non è tenuto a tenere un referendum sul tema.

Per il ministro delle finanze lettone, Andris Vilks, tutta Eurolandia gioverebbe dell’ingresso della Lettonia, Paese che ha già provato la crisi sulla propria pelle “e ha imparato la lezione”.

Secondo quanto riferisce l’EuObserver il rapporto della Commissione europea e della Bce sul Paese baltico dovrebbe essere pubblicato a giugno. A luglio dovrebbe arrivare la decisione sull’ammissione o meno della Lettonia come 18esimo membro di Eurolandia.

Nel 2007, quando già si sentivano alcune voci contro la moneta unica, l’economista Barry Eichengreen spiegava cosa comporterebbe l’uscita dall’euro in un’analisi ripresa tra anni dopo da Vox Eu. Scrive Eichengreen che la decisione di adottare l’euro è praticamente irreversibile. La prima ragione sono i costi economici. Lasciare la moneta unica per ritrovare competitività comporterebbe la svalutazione della nuova valuta. I benefici sarebbero però neutralizzati dall’inflazione sui salari e dai tassi di interesse più alti sul debito pubblico. La seconda ragione è di carattere politico e riguarda l’ipotetico ostracismo e le difficoltà a negoziare con i partner che hanno deciso di rimanere nella moneta unica per quelli che invece l’hanno abbandonata. Infine ci sono le ragioni di carattere organizzativo, rinominare tutti i contratti, riprogrammare i computer.

Ultimo con la nuova moneta che perderebbe valore rispetto all’euro ci sarebbe prima un trasferimento di depositi verso le banche dell’eurozona. Poi la corsa agli sportelli e infine la crisi del mercato dei bond. Sette anni fa Eichengreen dipingeva questo scenario partendo dalle pulsioni italiane di uscita dall’euro e ritorno alla lira.

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