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Sarà italiano o straniero? E se la sede di Pietro non tornerà all’Italia, sarà la volta del primo Papa nero? O del primo Papa americano? Quale settore della Chiesa esprimerà? Sarà conservatore o progressista? Quale priorità avrà, il prossimo Pontefice? La nuova evangelizzazione e il secolarismo o la pedofilia del clero e i problemi dello Ior?

La frontiera della bioetica e delle nozze gay o il dramma della povertà in aumento e dei milioni di immigrati? Il calo delle vocazioni in Occidente, la fronda dei preti ribelli in Europa, o la crescita del cattolicesimo in Afria e Asia? Avrà un profilo più pastorale o più ideologico? Sono le domande che rimbalzano in queste ore in Vaticano e in tutte le arcidiocesi del mondo.

Aperte dall’annuncio odierno delle dimissioni di Benedetto XVI, che hanno imposto al toto-nomine – che procedeva carsicamente da mesi con il progredire dell’età del Pontefice – un’accelerazione imprevista e hanno complicato i piani di chi si muoveva sommessamente.

Possibile, ancorché poco scontato, che il prossimo Pontefice sia un “ratzingeriano” doc come il cardinale Christoph Schoenborbn, arcivescvovo di Vienna, ex allievo di teologia dell’epoca in cui Ratzinger insegnava teologia nelle università tedesche, conservatore in dottrina ma aperto al dialogo anche con le frange più progressiste della Chiesa austriaca. Praticamente nulle le chance del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, che si avviava alla pensione anche a prescindere dalle dimissioni del Papa. In Europa spicca la figura del cardinale André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, molto vicino all’ala wojtyliana della Curia romana, tra i principali oppositori interni di Bertone. Tra gli spagnoli, campioni negli anni di Zapatero di una fiera battaglia alle riforme ‘laiciste’ del presidente del Governo, il nome più significativo in Conclave è probabilmente quello di Lluis Martinez Sistach, arcivescovo di Barcelona. Altri paesi come Irlanda, Germania e Belgio, pur avendo cardinali di spicco, sono più impegnati a gestire questioni interne (la pedofilia, la ribellione dei parroci, le discussioni teologiche) che proiettati sullo scenario mondiale.

Dopo il fulmineo pontificato di Giovanni Paolo I nel 1978, però, il pendolo potrebbe tornare in Italia. Se i porporati italiani – maggioranza relativa in Conclave – supereranno divisioni e diffidenze reciproche, avrebbero la massa critica per aspirare al soglio petrino. Il più “papabile” è il cardinale Angelo Scola, un lungo passato in Comunione e liberazione, ora arcivescovo di Milano dopo essere stato patriarca di Venezia.

Buone capacità manageriali, cultura vasta, con la sua fondazione “Oasis” ha anche ampliato i suoi contatti internazionali. Non mancano altri nomi italiani che potrebbero raccogliere consensi, come figure di mediazione o per i contatti trasversali: dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, al cardinale Mauro Piacenza, prefetto della congregazione per il Clero vicino all’Opus dei, al governatore del Vaticano Giuseppe Bertello, al “papa rosso”, il prefetto di Propaganda fide, Fernando Filoni.

Forte anche le chance di un Papa che provenga dal continente americano. Negli Stati Uniti spiccano le figure di Timothy M. Dolan, esuberante arcivescovo di New York e presidente della conferenza episcopale statunitense, e il cappuccino Sean O’ Malley, arcivescovo di Boston. Gli Stati Uniti, del resto, oltre ad essere i principali donatori del Vaticano, sono all’avanguardia nella lotta agli abusi sessuali del clero, iniziati oltre Oceano già nel 2002, nonché nel confronto con le leggi “laiciste” promosse dal presidente Barack Obama (nozze gay, contraccezione, ecc.). Dall’America del nord viene anche il cardinale Marc Ouellet, porporato del Quebec, ospite frequente del meeting di Rimini, oggi prefetto della congregazione dei vescovi, colui che sceglie i vescovi di tutto il mondo.

L’America latina, il subcontinente più cattolico del mondo, avrebbe anche le carte in regola per vedere un proprio rappresentante eletto come vicario di Cristo. Due brasiliani, in particolare, sono molto citati in vista del prossimo conclave: Odilo Pedro Scherer, arcivescovo della megalopoli San Paolo, e Joao Braz de Aviz, focolarino alla guida, da non molti mesi, della congregazione per i Religiosi. Da Cuba viene Jaime Lucas Ortega y Alamino, arcivescovo dell’Havana molto stimato in Vaticano per essere il protagonista che sta traghettando la Chiesa cubana verso il dopo-Castro. Metà sud-americano e metà italiano (trentino per l’esattezza) è poi il cardinale Leonardo Sandri, una carriera nella diplomazia vaticana, uomo di peso nel pontificato di Wojtyla, oggi a capo della congregazione delle Chiese orientali, che lo mette in contatto con molti episcopati asiatici.

Sarebbe una sorpresa, ma neanche tanto, che il prossimo Papa provenisse da uno dei paesi emergenti. Tre i cardinali africani “papabili”, i curiali Peter Kodwo Appiah Turkson, ghanese alla testa del pontificio consiglio Giustizia e pace, e il guineano Robert Sarah, a capo di “Cor Unum”, il salvadanaio vaticano per le opere caritatevoli. E’ entrato in Conclave con l’ultimo concistoro di Ratzinger anche l’arcivescovo nigeriano di John Olorunfemi Onaiyekan. Con lui ha ricevuto la berretta cardinalizia un altro astro nascente della Chiesa cattolica mondiale, il filippino Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila molto legato al Concilio vaticano II. In Asia spicca poi il nome di Oswald Gracias, arcivesvoco di Bombay. Dall’Australia poi entrerà in Conclave l’arcivescovo di Sidney George Pell.

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