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Il sistema di contrattazione potrebbe cambiare un’altra volta. La Cgil sta pensando a una nuova struttura che riesca a superare o quanto meno ad addolcire il dualismo che esiste nel nostro Paese tra i lavoratori protetti e quelli che non hanno tutele, a volte nemmeno quelle minime. Il 10 e l’11 dicembre si è svolto a Milano un seminario con tutti i vertici della confederazione, i segretari generali delle federazioni di categoria e delle strutture regionali, e si è discusso di questo nuovo sistema. L’idea di fondo potrebbe essere quella di ridefinire il contratto nazionale demandando al secondo livello, aziendale o territoriale che sia, alcune importanti partite, come l’orario, l’organizzazione del lavoro, l’inquadramento. In questo modo sarebbe possibile applicare questo nuovo contratto nazionale a tutti i lavoratori, eliminando le precarietà che non sono abusi, ma abbassano la qualità dello sviluppo. Un obiettivo al quale dovrebbero essere interessati anche gli imprenditori. Non esiste ancora una proposta definita, ma l’idea sta prendendo piede. Ne abbiamo parlato con Elena Lattuada, segretaria confederale della Cgil, responsabile della contrattazione, che a Milano ha tenuto la relazione introduttiva.

Elena Lattuada, cambia ancora il sistema di contrattazione?
Deve cambiare, se vogliamo includere tutti i lavoratori.

Volete aggredire il dualismo tra protetti e non protetti?
Dobbiamo tentare almeno di ridurlo.

Come pensate di riuscirvi?
Modificando in profondità il sistema di contrattazione. Senza però abbandonare le linee guida che abbiamo già stabilito con l’accordo interconfederale del 2011.

Nello specifico, cosa volte fare?
Dare pesi diversi ai vari livelli di contrattazione. Se si rinviano alla sede aziendale, al secondo livello di contrattazione, materie come la gestione degli orari, la classificazione, l’organizzazione del lavoro, la gestione delle flessibilità, il contratto nazionale diventa una cornice di diritti d cittadinanza e il luogo in cui determinare la salvaguardia del potere d’acquisto delle retribuzioni. Di conseguenza, la contrattazione di secondo livello recupera margini per remunerare la produttività, permettendo di allargare la platea a soggetti che oggi ne sono esclusi.

In un colpo solo?
Questo è un obiettivo di prospettiva, da raggiungere con gradualità. Importante è definire l’obiettivo, poi cominciare a sperimentare, iniziando dove ci sono le condizioni. Ma non si partirebbe da zero.

Ci sono già esperienze del genere?
Il contratto dei dipendenti degli studi professionali va in questa direzione. Dice che il contratto si applica a tutti i lavoratori della categoria e costruisce condizioni minime per tutti, e demanda alla contrattazione di secondo livello la reale applicazione di questo principio. Un settore particolare, questo, accanto a 1,1 milioni di lavoratori subordinati ci sono 300mila praticanti e 400mila partite iva.

Un caso tipico.
Ma non è il solo. Sempre in questa categoria c’è stato un recente accordo per i lavoratori di aziende che fanno recupero crediti che ha introdotto percorsi di stabilizzazione e riconosciuto minimi retributivi per i lavoratori non riconducibili al lavoro subordinato. E anche questi sono tanti.

Perché avete avuto questa suggestione?
Perché si sta riducendo il perimetro della rappresentanza, riflesso della scomposizione del ciclo produttivo in corso da anni nel mondo della produzione. Questo ha già comportato una riduzione della protezione e dei diritti dei lavoratori. Bisogna intervenire e noi crediamo che il modo migliore per farlo sia con la contrattazione.

Altrimenti?
Si può intervenire con la legislazione, fissando una sorta di salario minimo garantito, ma non ci sembra la strada migliore.

Perché?
Perché dove è stata sperimentata questa seconda strada si è avuto un immediato depotenziamento della contrattazione collettiva e non è più stato assicurato lo stesso livello di diritti. Ma anche perché gli imprenditori non possono preferire che il problema venga risolto con una legge.

Pensa che loro preferiscono la strada della contrattazione?
Noi vogliamo fare una proposta di ampio respiro al sistema delle imprese per cambiare assieme il segno dello sviluppo. La qualità della crescita è legata alla qualità dell’occupazione, meno precarietà porta più qualità dello sviluppo. I precari sono quattro milioni, ma la competitività del sistema produttivo del nostro paese non è migliorata, semmai è avvenuto il contrario. Un sistema produttivo poco competitivo e un esercito di precari, non è questo il modello che piace alle aziende.

Ma non potevate fare questa proposta quando si negoziava l’accordo per la produttività, quello che poi non avete firmato?
Quella trattativa è subito andata in un’altra direzione. Invece di applicare l’accordo del giugno 2011 ed estenderlo a tutti i comparti, come noi chiedevamo, è stata fatta una forzatura sul salario di produttività. Un accordo che peraltro non è operativo e che, con questa crisi di governo improvvisa, rischia di non esserlo più.

Avete già una proposta precisa?
Abbiamo un’idea, e l’abbiamo presentata in un nostro seminario interno. C’è un percorso di discussione da svolgere nei prossimi mesi, all’interno della nostra organizzazione e con le altre confederazioni. L’idea di fondo è quella, non solo eliminare gli abusi, ma aggredire le precarietà che abusi non sono, ma ostacolano lo sviluppo, lo sviluppo di qualità. Penso che Cisl e Uil abbiano questa stessa urgenza. Si tratta di un passo importante che apre una nuova prospettiva e che potrebbe dare piena valorizzazione alle Rsu, così come aveva stabilito l’accordo del giugno 2011.

La mossa riformatrice della Cgil sui contratti

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