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E se l’Europa ritardasse il salvataggio di Cipro per paura di salvaguardare i capitali degli oligarchi russi depositati nell’isoletta occupata da 50mila militari turchi? Gli echi dell’eurocrisi non si sono affatto spenti dopo il vertice continentale di qualche settimana fa, che ha di fatto chiuso i conti con Atene (ma per quanto?). Perché un’emergenza ben più grave è scattata a qualche centinaio di miglia più a est, dove il rischio default si fa minacciosamente vicino. Perfino il capo dell’eurogruppo Jean Claude  Juncker lo ha ammesso pubblicamente: “Nicosia peggio della Grecia” per via degli istituti bancari prossimi all’insolvenza. E intanto mentre Standard & Poor’s ha tagliato per Cipro il rating a CCC+ da B con prospettive di un nuovo taglio, i servizi tedeschi certificano in un report che l’isola offrirebbe riparo a circa venti miliardi di euro di denaro sporco proveniente direttamente da Mosca, curiosamente il medesimo importo che servirebbe per ricapitalizzare le banche. Ragion per cui la Germania frena sui prestiti da inviare proprio a Cipro. E l’Europa si mostra attendista nei confronti dei rubli di Vladimir Putin, circa tre miliardi di euro che il presidente russo si è detto pronto a versare immediatamente per salvare gli istituti bancari in enorme difficoltà, ma registrando proprio un “no, grazie” continentale.
Una partita che, da economica, si fa anche geopolitica e soprattutto di riposizionamenti futuri post crisi. In Grecia Putin ha di fatto già avviato una sorta di colonizzazione commerciale, avviando trattative per inserirsi nel business dell’agroalimentare, e dei nuovi giacimenti di gas metano presenti nell’Egeo e nella penisola Calcidica. Inoltre sta premendo per realizzare un’infrastruttura che gli consenta su rotaie di far giungere le merci russe fino al porto del Pireo, dove da alcuni anni opera la piattaforma logistica leader nel settore mondiale, la Cosco Cina. Una serie di movimenti che non sono piaciuti né a Berlino né all’ormai ex segretario di stato americano Hillary Clinton. Ma Putin non molla e monitora attentamente anche “le evoluzioni” dell’accordo siglato un anno fa tra Nicosia e Tel Aviv per lo sfruttamento delle risorse energetiche nel tratto marittimo tra i due paesi, che tanto ha disturbato la Turchia, pronta a minacciare non solo l’Unione Europea ma anche i partner commerciali dei due paesi.

L’impressione è che il prossimo eurogruppo del 21 gennaio 2013 sarà delicatissimo, dal momento che all’ordine del giorno non ci sarà solo il dossier dedicato alle banche europee in apnea. Ma anche (o soprattutto)  le ripercussioni politiche di diverse scelte commerciali ed economiche, come ad esempio la rinuncia degli Usa agli aerei italiani dell’Alenia, o la fornitura americana ad Ankara di 117 missili per gli F-16, passando per la decisione tedesca di posizionare due batterie di missili Patriot al confine turco-siriano.

Twitter@FDepalo

Il “no, grazie” dell’Europa ai rubli salvacrisi di Putin

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