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Chissà cosa starà pensando in queste ore Jen-Hsun Huang. Era stato proprio il ceo di Nvidia a convincere Donald Trump a riaprire la via commerciale verso la Cina, abbattendo i limiti all’export per permettere al gigante tecnologico di riprendere i suoi affari in uno dei mercati più floridi. Il presidente americano ha dato luce verde – non prima di assicurarsi che l’azienda verserà nelle casse del governo il 15% delle vendite effettuate nella superpotenza asiatica e che non esporterà i suoi chip più avanzati – ma da quel momento sono cominciati i guai per Nvidia, proprio quando dal vertice di Madrid sembrava uscire una ventata di aria fresca nelle relazioni tra Usa e Cina.

L’ultimo la vede al centro di un’indagine da parte delle autorità cinesi per violazione della legge anti-monopolio. Nella nota dell’Amministrazione Statale per la Regolamentazione del Mercato (Samr) non sono emersi dettagli se non quello che c’è stata un’infrazione delle regole antitrust e che l’autorità continuerà “un’indagine completa”. Anche eventuali ritorsioni non sono state comunicate. “Rispettiamo pienamente la legge”, fa sapere un portavoce di Nvidia assicurando di voler proseguire nella collaborazione “con tutte le agenzie governative competenti nell’ambito della loro valutazione dell’impatto sulla concorrenza nei mercati commerciali dei controlli sulle esportazioni” degli Stati Uniti sui prodotti tecnologici.

Come detto, l’azienda californiana si era spesa molto per abbassare la tensione tra le due sponde del Pacifico. In qualche modo era diventata il collegamento che avvicinava Washington a Pechino, non più di tanto però. Stando alle ultime notizie, il governo cinese la considera più un cavallo di Troia da parte degli americani.

D’altronde, a fine luglio scorso, Nvidia era stata convocata dalla Cyberspace Administration of China per “spiegare i rischi per la sicurezza della vulnerabilità e delle backdoor nei suoi chip H20 – quelli che Trump ha ammesso alla vendita da luglio, sebbene le spedizioni non sono ancora partite, ndr – e presenti la relativa documentazione di supporto”. Anche in questa occasione erano arrivate poche informazioni a riguardo, tranne il fatto che dentro i semiconduttori sarebbero state presenti tecnologie di geolocalizzazione e di spegnimento da remoto. Niente di vero per l’accusata: “Abbiamo chiarito e ribadito che gli H20 non hanno backdoor di sicurezza, non esistono cose del genere, non ce ne sono mai state e quindi speriamo che la risposta che abbiamo dato al governo cinese sia sufficiente”, è stata la risposta di Huang. Nessuna minaccia dunque, ma tutto questo non ha convinto le autorità pechinesi.

La richiesta inoltrata dal governo centrale alle sue aziende è quella di non affidarsi ai chip americani e puntare su quelli costruiti internamente. Il messaggio sembra essere stato recepito. Almeno in parte: l’ultimo chip di intelligenza artificiale prodotto da Nvidia, RTX6000D, non sta scaldando i cuori. Troppo costoso rispetto ad altri che vengono reperiti sul mercato nero alla metà del prezzo, come RTX5090. Il risultato è che le aspettative del colosso americano sono state fortemente ridimensionate.

Nvidia sempre più nel mirino della Cina. Nuova accusa per l'azienda Usa

Dopo l’accusa dello scorso luglio sui problemi di sicurezza, per Pechino il colosso americano avrebbe violato le regole antitrust. Ieri come oggi, l’azienda di Jen-Hsun Huang si dichiara innocente. E pensare che era stata l’azienda dei chip a voler tornare sul mercato cinese

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