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Il Pd è un partito curioso, vittima dei suoi tic. Quello delle primarie è ormai un chiodo fisso che perseguita i dirigenti del partito che fu comunista.
 
Il metodo per la verità è divenuto di moda e in molti casi ha portato fortuna. Il deserto di democrazia e partecipazione nei partiti ha di certo aiutato.Fatto sta, però, che l´applicazione delle primarie è una scienza inesatta che si piega a seconda delle conseguenze.
 
Avendo il Pd tanto corteggiato Umberto Ambrosoli quale candidato indipendente per la presidenza della regione Lombardia, adesso – dopo aver ottenuto non senza fatica il suo sì – lo vorrebbe sottoporre al giudizio dei militanti. Non è escludibile nè che Ambrosoli accetti ma neppure che il professionista che porta in dote ambienti civici moderati e non necessariamente di sinistra ci ripensi e garbatamente dica “no, grazie”. Vedremo.
 
Una cosa però ci chiediamo: se in Lombardia proprio non si piò fare a meno delle primarie, perchè nel Lazio la candidatura di Zingaretti è un tabù indiscutibile? È un mistero doppio, se non un vero e proprio imbroglio nei confronti degli elettori. Anche perchè mentre nel caso di Ambrosoli si coalizzerebbe uno schieramento che va da Pisapia a Casini, in quello dell´attuale presidente della provincia di Roma prevarrebbe un´alleanza con Vendola e Di Pietro.
 
A ben vedere il Pd dovrebbe scegliere (anche con le primarie, se preferisce) non fra Ambrosoli e tale Pizzul ma fra schema politico Ambrosoli e schema politico Zingaretti.
 
E in ogni caso, se primarie devono essere, che primarie (vere!) siao anche nel Lazio.

Ambrosoli e Zingaretti. Per il Pd due pesi e due misure

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