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I Repubblicani hanno scelto di caratterizzare la presidenza americana uscente come “3D”, cioè debito, dubbio e declino, in riferimento ai presunti fallimenti in campo economico del presidente Barack Obama, come si è visto nei primi due dibattiti televisivi tra i due candidati. Alla base, una disoccupazione al 7.8% (dati dello scorso settembre), una crescita ben al di sotto dei tassi pre-crisi, e un dissesto delle finanze pubbliche. Ma questi fattori sono sufficienti a identificare il declino economico di una nazione?
 
La tesi pessimista trova supporto nelle proiezioni del Fmi sull’economia americana nei prossimi cinque anni, che evidenziano una crescita dimessa e disoccupazione sopra il 7% almeno fino al 2015. I consumi delle famiglie, che hanno alimentato il 71% della crescita del Pil nel 2011, sono oggi frenati dalla volontà di ridurre l’indebitamento netto nei confronti di banche e gestori di carte di credito, nonché dalla stagnazione dei prezzi immobiliari.
Allo stesso tempo l’investimento delle imprese private potrebbe rallentare significativamente viste le incognite sulla politica economica del nuovo governo e il deteriorato mercato dell’export, in particolare da Cina, Brasile ed Europa, dal quale dipende oramai il 46.1% dei ricavi di vendita delle 500 imprese americane quotate nell’indice S&P500 (dati S&P500 Global Sales).
 
Infine molto si è discusso del cosiddetto “fiscal cliff” (“precipizio fiscale”), ossia una riduzione drastica del deficit di bilancio federale con aumenti di tasse e tagli alla spesa (meno 640 miliardi di dollari, il 3.9% del Pil) che andrebbe a regime automaticamente a fine anno. Il peso della riforma sanitaria appena approvata e di un possibile nuovo stimolo fiscale per rilanciare la crescita porterebbero il rapporto debito-Pil al 107% nel 2012 e al 111% nel 2013 – numeri che negli States spaventano ancora.
 
La lettura di questi dati tuttavia può far dimenticare dove l’America si trovasse tra il 2008 e 2009: un sistema finanziario nel panico e quello imprenditoriale privo di accesso al credito, un tasso di disoccupazione in crescita veloce tanto quanto il crollo dei prezzi immobiliari. Vista la dimensione della caduta, non dovrebbe sorprendere che l’economia statunitense stia impiegando più tempo che in passato per ritornare a correre. Tanto più se è vero che la ripresa dopo crisi finanziarie è in media più lenta che dopo altri tipi di shock economici, come affermano i due noti economisti americani C. Reinhart e K. Rogoff.
Si moltiplicano d’altronde i segnali positivi. Il mercato immobiliare sembra in ripresa, e la stessa disoccupazione pare un fenomeno transitorio piuttosto che strutturale secondo un noto economista del lavoro di Stanford.
 
La crescita del debito pubblico può essere contrastata da un innalzamento delle entrate governative future, nel 2011 al 31.9% del Pil (contro il 45.9% nell’Unione Europea), e dalla determinazione bipartisan a evitare il “fiscal cliff”. Infine sembra ingenuo giudicare negativamente la sostituzione di parte della domanda domestica americana con quella estera, considerato che Germania, Cina e Sud Corea con questo modello di crescita sembrano essere usciti dalla crisi in buone condizioni. Inoltre questo stesso ribilanciamento è stato a lungo sollecitato agli Stati Uniti dalle principali istituzioni internazionali.
Alcuni problemi economici americani hanno radici precedenti il 2008, in primis l’alta diseguaglianza di reddito. Leggere invece negli effetti della crisi l’inizio del declino americano sembra un azzardo, specialmente in un contesto economico globale in generale rallentamento. Non saranno questi anni di corsa veloce, ma anche il jogging fa bene alla salute.

La retorica economica anti Obama di Romney è fallace

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