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È ormai fin troppo facile associare il termine “crisi” all’idea di Europa. Con un tempismo alquanto dubbio, il Comitato norvegese del premio Nobel ha invece contrapposto il termine “successo”. Un successo, quello dell’Unione europea, che non si riferisce al mantenimento della pace nel mondo, quanto piuttosto alla garanzia della pace entro i propri confini. In effetti, il più grande successo dell’Ue è stato quello di cambiare nell’immaginario collettivo l’idea stessa di Europa: non più il campo di battaglia in cui le più importanti guerre venivano combattute, ma un’area di pace. È esemplificativo al riguardo l’affresco di Giambattista Tiepolo, che è possibile ammirare presso Palazzo Clerici, sede dell’Ispi a Milano. In esso cavalli bardati e scene di guerra costituicono la rappresentazione metaforica del continente europeo. Una rappresentazione che nel nostro secolo appare del tutto anacronistica anche e, secondo molti, soprattutto per merito dell’integrazione europea.
 
Il premio Nobel è dunque un riconoscimento ai grandi conseguimenti dell’Ue, dal Mercato unico fino all’euro passando attraverso la promozione di una economia sociale di mercato (modello di equilibrio tra libera concorrenza e welfare) e di un soft power che solo parzialmente ha colmato il vuoto lasciato dalla mancanza di una vera e propria politica estera e di sicurezza comune. A quest’ultimo punto si può ricollegare anche un altro importante conseguimento dell’Ue ovvero l’allargamento; un processo operato secondo una logica che agli storici potrebbe ricordare la Roma imperiale in cui i problemi appena fuori i confini venivano risolti attraverso la conquista dei territori confinanti. Il passaggio dei Paesi dell’est Europa dall’orbita sovietica a quella comunitaria può essere letta in questo senso: l’acquis communautaire è arrivato dove la politica estera e di sicurezza comune non sono potute arrivare.
 
Ma il Nobel all’Ue non può essere considerato solo come un riconoscimento per circa 60 anni di integrazione europea. Il fatto stesso che venga dato in un periodo di grave crisi è anche un incitamento all’approfondimento dell’integrazione comunitaria. Tale approfondimento non può che partire dal sincero riconoscimento dei limiti di una lettura sbrigativa della crisi odierna (spesso definita “crisi del debito”). In realtà l’Ue è colpita da una profondissima crisi politico-istituzionale, oltre che economica, che si può superare solo attraverso ulteriori cessioni di sovranità secondo un percorso “quasi-federale” fra i Paesi che ne fanno parte (ad iniziare dall’Eurozona). Ma i recenti tentativi di risoluzione della crisi da parte dei leader europei nella sua lettura più limitata hanno già portato a cessioni di sovranità (soprattutto nell’ambito delle politiche di bilancio) assolutamente inimmaginabili soltanto due anni fa.
 
Ulteriori cessioni di sovranità potrebbero dunque esasperare i sentimenti euroscettici e populistici che le misure di austerity – logica conseguenza della lettura limitata della crisi – hanno già alimentato. Malgrado i segnali positivi provenienti dall’Olanda, il Fronte nazionale in Francia, Alba dorata in Grecia, Fidesz in Ungheria fino ai movimenti separatisti in Spagna e Gran Bretagna indicano che lo spettro del nazionalismo è sempre presente. Se dunque ai cittadini si chiedesse di proseguire nel percorso di integrazione europea e di creare un’Europa federale, bisogna onestamente ammettere che potrebbero rispondere un secco “no”.
 
L’Ue è nata per combattere i nazionalismi, ma adesso rischia di tornare al punto di partenza come in un mostruoso gioco dell’oca. Se così fosse, il Nobel alla pace rischierebbe di essere solo un triste “premio alla memoria”.

Quando un Nobel non basta

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